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Milano, rivolta a Chinatown
Scontri, feriti e auto distrutte
MILANO -
Corteo con bandiere, cariche della polizia, feriti, auto distrutte. La rivolta di
circa trecento cinesi è scoppiata nella piccola "Chinatown" di Milano nella zona
di via Sarpi. I disordini sono scoppiati intorno alle 13 quando la polizia ha multato
una commerciante cinese. La protesta della donna, molto veemente, ha scatenato una
reazione violenta da parte dei connazionali accorsi. Rapidamente, la protesta si
è trasformata in una specie di guerriglia urbana con cariche e contrattacchi che
è durata un paio d'ore.
Questo è quanto successo nella principale città
italiana e rappresenta in modo inequivocabile quanto potrebbe accadere in tutte
le nostre città in un non lontano futuro.
I cinesi sono una razza a sé, il loro status interiore glielo si può leggere in
faccia, sono dentro come appaiono fuori , un popolo reso duro dallo stato di millenaria
sudditanza, una razza di schiavi e schiavisti che non è stata mai toccata né da
Cristo né da Voltaire e che il loro modo di essere non gli ha fatto scoprire “la
dignità della persona umana”. Essi non ci conoscono e non ci vogliono conoscere,
prima perché il nostro modo di essere è anni luce lontano dal loro; secondo perché,
non essendo in alcun modo integrabili rifiutano la nostra cultura, cosa che fa comodo
ai loro schiavisti. Sulla scorta di tanto hanno iniziato la loro “occupazione” striscian-te,
a tutt’oggi consideravano non opportuno mettersi in mostra, farsi notare. Ora loro
sanno della nostra mollezza, da non confondere con il senso civico di accoglienza
che ci caratterizza da sempre. Essi sanno che nel nostro paese possono fare di tutto
senza per questo incorrere in sanzioni. Essi sanno che è tutto permesso grazie ad
una vigliacca acquiescenza della nostra classe politica che, in nome non si sa bene
di quali vantaggi, lasciano passare tutto! I cinesi, quantomeno nella città di Napoli,
sono adusi circolare senza assicurare i essi autoveicoli, è vero che la cosa è comune
un po’ tutti gali stranieri extracomunitari e non, loro in barba ai tutti i regolamenti
urbani occupano e spadroneggiano sul suolo pubblico, in particolare quello antistante
i loro negozi, essi sono adusi viaggiare, molto spesso con merce ingombrante, sui
mezzi pubblici della rete urbana , senza alcun titolo di viaggio, essi sono la iattura
per i condomini di quegli edifici ove trovano alloggio, loro, soprattutto sul nostro
territorio, fabbricano prodotti contraffatti, copiati da noti marchi italiani sottraendo
lavoro alla popolazione autoctona, essi ……………..
Questa vera sopraffazione può e deve essere combattuta col contributo di ciascuno
di noi, pri-mo perché una volta ridotto il mercato delle loro produzioni non troveranno
di meglio che an-dare via, secondo per garantire maggiore lavoro ed occupazione
ai nostri giovani. Come?:
Non acquistando la loro merce anche se costa meno, il vantaggio di oggi potrebbe
essere il prezzo del servaggio di domani. Non frequentando i loro ristoranti, il
vantaggio e anche quello di evitare brutte sorprese poiché dei cinesi è arcinoto
anche il senso dell’igiene e della prevenzione.
Controllando bene la merce dei “negozianti regolari” alcuni dei quali, in ragione
di una scelle-rata politica del profitto a tutti i costi, smerciano prodotti fabbricati
dai cinesi; Denunciando alle autorità di polizia in modo particolare alla Guardia
di Finanza tutte le irre-golarità che vi capitano di vedere ed i siti ove costoro
fabbricano i loro prodotti, non è difficile scoprirlo basta guardarsi intorno nel
proprio quartiere o nel proprio paese, senza voler fare ipocrisie a tutti i costi
(sappiamo benissimo che ci conosciamo tutti).
Così surrogheremmo quanto non viene fatto da una classe politica inetta. Una classe
politica che avrebbe l’obbligo di approvare leggi per cui i prodotti Made in Italy
dovrebbero essere fabbricati al 90% nel nostro paese, anche in barba agli egoismi
di quei tanti, troppi, bottegai italiani che, dopo essersi ingrassati col sangue
dei connazionali, dopo aver portato le loro fabbriche all’estero, stanno lucrando
col nome degli italiani.
Teniamo presente
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