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Lettere alle eccellenze di un paese malato.
A Vincenzo De Luca l’uomo delle tre certezze: opposizione alla “giuntarella” di Palazzo S, Lucia;
esponente di punta nel PD per un rinnovamento della politica in Campania; futuro candidato alla guida di Palazzo San Giacomo.
Aspettative di un napoletano, non deluso dalla sua ultima campagna elettorale, che amando la propria città vede in De Luca l’ultima speranza per la Rinascita.
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Preg.mo amico,
ora che le ultime urne hanno consegnato un risultato più che deludente per il PD è la volta di mettere mano a quanto le cronache locali, prendendo spunto dall’incontro dell’ Hotel Ramada, hanno riportano circa la tua intenzione ad impegnarsi non solo come capo dell’opposizione nel Consiglio Regionale della Campania ma quale elemento attivo e protagonista nel partito con un occhio attento ai problemi della città capoluogo col chiaro intento di dare la scalata alla conduzione dello stesso.
Grazie al bassolinismo, nella regione si sono dissolte le speranze di un elettorato di centro sinistra. La sconfitta o le sconfitte sono state prodotte, a mio avviso, più che dal bizantinismo demitiano (che ha rappresentato l’ultimo grano di questo sofferto rosario) da un modo scellerato di gestire la cosa pubblica da parte di un illetterato funzionario del vecchio PCI. La sconfitta, infatti, più che determinata per mera vendetta dall’uomo di Nusco è da attribuire all’omuncolo di Afragola e dal suo sponsor pugliese che in cambio di un manciata di posti da consulenti da destinare agli orfani di Roma, non gli lesinò il proprio appoggio all’interno del partito. Per questo chi si assume l’onere di capeggiare la rifondazione del PD deve partire dal concetto imprescindibile di farla finita con i cialtroni che da impiegati del partito abbandonarono in massa via dei Fiorentini per andare ad ingombrare le stanze del potere bassoliniano. All’epoca si mortificò di fatto una classe di intellettuali e di professionisti preparati e non disposti a fare i buffoni alla corte del “cacaglia” (balbuziente) di Afragola. La cosa indispensabile è estirpare le ultime malsane radici del bassolinismo, mandare a casa i suoi famigli che ancora si agitano nella speranza di ritrovare un posticino al sole, tanto a lui ci penserà certamente la magistratura inquirente.
A colui che si assumerà tale onere è importante ricordare che, la fase preparatoria per realizzare così impegnativo disegno, è la tornata elettorale per il comune di Napoli, in quanto non trampolino di lancio per chi sa quali realizzazioni ma laboratorio del modo possibile di governare una città difficile; questo passa attraverso una netta presa di distanza dalla giunta Iervolino che se pure attraverso un governo della cosa pubblica non tracotante ha generato nella popolazione un effetto di repulsione analogo al bassolinismo.
Con stima. Luigi Malfi
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Per il bene della nostra regione io sto con Vincenzo De Luca.
E tu con chi stai?
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Il gioco delle alleanze vere o posticce sta coinvolgendo tutti gli schieramenti presenti sul palcoscenico politico della Campania, a destra (non centro destra come si ostinano a definirsi i camerati finiani) una profonda crisi divide il partito del libertinaggio non già per la candidatura
Caldoro, che a titolo personale e nella migliore delle ipotesi rastrellerebbe poche centinaia di voti, quanto per l’invadente presenza di Cosentino che sta saturando con i suoi uomini lista e listino mettendo una seria ipoteca sulla giunta che verrà. Per questo i suoi irriducibili detrattori, che non sono pochi, maliziosamente azzardano che di questo passo si consegnerà la regione ai casalesi.
Continuando nell’excursus un passaggio lo merita lo schieramento a dir poco personale dello scomunicato Casini, in questo a livello nazionale non è chiara la posizione di Pezzotta che una volta appassita la Rosa per l’Italia si è adagiato sullo scudo crociato di Casini tradendo quanti credettero in lui e Tabacci, mentre a livello locale bisognerebbe “fare i numeri” sul leone di Nusco. E’ inverosimile che un personaggio come De Mita, che per l’intero arco della sua vita politica ha sempre militato nella componente democristiana di sinistra, oggi come un maldestro soldato di ventura offre se stesso alla destra massonica-fascista. La sola giustificazione plausibile resta la vecchiaia con i suoi acciacchi, nessuno ha ricordato al “montagnaro” che i vecchi che hanno la presunzione di consegnarsi alla storia debbono mantenere la coerenza che li ha contraddistinti per tutta la vita.
Passando poi per il PD il quadro si fa pesante, qui conciliare le varie anime del partito per un sostegno serio e verace del candidato da loro espresso Vincenzo De Luca è a dir poco opera fantascientifica, non dimentichiamo Bassolino ed il suo padrone D’Alema e gli ex militanti dell’estrema sinistra traslati nel PD che unitamente a tutti i loro compari contano poco o quasi niente ma conservano la presunzione di far sentire la loro voce e vedono nello sceriffo De Luca un nemico poiché loro con le regole e con la legge non hanno avuto mai dimestichezza.
Un discorso a parte va fatto per l’IDV, infatti il padrone di questo partito si è subito e disinvoltamente affrancato dall’appoggio che avrebbe dovuto dare al candidato De Luca appigliandosi al fatto che questo ultimo sarebbe indagato per reati contro la pubblica amministrazione dimenticandosi però che da ministro è stato indagato per appropriazione indebita, falso in atto pubblico e soprattutto per truffa aggravata ai danni dello Stato. E’ bene ricordare che tra i suoi amici di partito non tutte le persone erano e sono specchiate per restare in ambito locale basta ricordare l’ex alleato Sergio De Gregorio indagato per riciclaggio, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione …. Tanto lo si può addebitare al fatto che l’ex magistrato non ha una vera caratura politica e spesso si adagia sui consigli dei suoi plenipotenziari territoriali che di politica ne sanno quanto lui.
Di fronte a questa situazione è auspicabile che il candidato De Luca vinca le elezioni e che faccia della Campania una regione al passo con le migliori d’Italia.
Luigi Malfi
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Gli appelli a sostegno del Candidato alla Presidenza della Regione Campania Vincenzo De Luca
In campo per De Luca Presidente gli intellettuali campani e non solo.
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Gli appelli a sostegno del Candidato alla Presidenza della Regione Campania Vincenzo De Luca: il mondo dello Sport, Liberi professionisti, docenti universitari, artisti, giornalisti, intellettuali in campo per De Luca Presidente
Liberi professionisti, docenti universitari artisti, giornalisti, intellettuali: in campo per Vincenzo De Luca
Il loro appello al voto
"La nostra Regione è, oggi, di fronte ad una scelta cruciale: offrire una speranza di futuro per i nostri giovani, una speranza di riscatto per Salerno e la Campania.
La vittoria di Vincenzo De Luca può segnare un nuovo, positivo inizio della storia politico-amministrativa della Campania ed imprimere, nell’attività di governo della regione, straordinari cambiamenti ed innovazioni.
Vincenzo De Luca ha le carte in regola per farlo.
Vincenzo De Luca è un uomo libero, che non deve rispondere a nessun potentato, in grado di recidere i legami inquietanti e pervasivi tra la camorra e il sistema politico, tra il malaffare e la pubblica amministrazione, capace di rompere il metodo e la pratica politico-clientelare.
Vincenzo De Luca rappresenta la garanzia del buon governo, del rigore e della trasparenza nella gestione della cosa pubblica, della riforma degli apparati burocratico-amministrativi, della lotta senza quartiere alla camorra e al malcostume, per la sicurezza e la legalità, per fare della questione morale un tema centrale di impegno politico e civile.
Con Vincenzo De Luca la società Campana potrà diventare prospera, unita, aperta ed ospitale, con regole di civiltà chiare e condivise.
Le straordinarie capacità di governo dimostrate da Vincenzo De Luca assicurano che non si tratta di promesse elettoralistiche destinate ad essere disattese o di sogni ad occhi aperti destinati a rimanere delusi.
Vincenzo De Luca propone un atto d’amore per le nostre famiglie, per la nostra gente, per la Campania volendo per esse costruire un’altra storia ed un altro futuro".
Firmatari
Antonio Adiletta, Galleria il Catalogo
Massimo Bignardi, critico d’arte
Silvana Buffo, architetto
Giuseppe Cacciatore, filosofo
Mario Carotenuto, pittore
Nietta Carucci, presidente associazione Mogli dei Medici
Maria Virgina Carucci, sociologa
Michele Cefola, dirigente scolastico
Dino Cutrufi, dirigente Telecom Napoli
Ercole Di Filippo, ingegnere
Mariapaola Fimiani, docente universitaria
Maria Teresa Fulco, presidente associazione Memoria
Carmen Grattacaso, insegnante
Graziella Guida, avvocato civilista
Luciana Libero, critico teatrale
Piero Lucia, sindacalista
Ivonne Lupinelli, insegnante
Lella Marinucci, Presidente ass.il Movimento
Giovanni Marmora, pediatra ospedale Vallo della Lucania
Ermanno Minoliti, presidente comitato il Quartiere centro storico
Renato Peduto, dirigente scolastico
Arturo Piscopo, dirigente d’azienda
Miki Rosco, dirigente marketing
Vittorio Salemme, dirigente sanitario
Lelio Schiavone, galleria il Catalogo
Edoardo Scotti, giornalista
Paolo Signorino, pittore
Nuccio Spirito, architetto
Angelo Trimarco, docente universitario
Alessandro Turchi, dirigente scolastico
Stefania Zuliani, docente universitario
E ancora:
Alfonso Amendola, docente universitario
Giso Amendola, docente universitario
Ester Andreola, dirigente scolastico
Paolo Apolito, antropologo
Cosimo Budetta, pittore
Giovanni Carpentieri, architetto
Peppe D’Antonio, direttore Linea D’ombra
Domenico Danza, ginecologo
Mario Dell’Acqua, architetto
Vittorio Dini, direttore dipartimento sociologia università di Salerno
Federico Federico, ingegnere
Filomena Gallo, docente universitario
Ugo Marano, pittore
Stefania Mazzola, vasaia
Gianluca Nobile, dirigente aziendale
Lea Paradiso, imprenditrice
Antonio Petti, pittore
Giuseppe Piscopo, medico
Santa Rossi, imprenditrice
Marco Trotta, editore
Anna Vaccaro, insegnante
Paola Valitutti, archeologa
Appello del mondo dello Sport salernitano per DE LUCA PRESIDENTE
A chi crede che scendere in campo non significa mettere in gioco una palla ma se stessi;
A chi crede che far centro non significa solo totalizzare punti ma centrare le aspettative di molti;
A chi crede che una città possa diventare un circuito per podisti a cielo aperto;
A chi crede che superare gli ostacoli significa superare se stesso;
A chi crede che non esistono nemici ma avversari da battere nel rispetto delle regole;
A chi crede che una meta è assegnata ad uno ma è frutto di una grande squadra;
A chi crede.
gli sportivi salernitani per De Luca presidente
Firmatari
Polisportiva Linus
Cga Salerno
Cga Stabia
Gsk
ACSI – Comitato prov.Sa
Pugilistica Acropolis
Federazione Sport Chanbara Italia
ASD-Centro studi Aikido Kendo
Polisportiva SKS
AMIDA
Evolution Fighting System
Kick Boxing Salerno
Life Club
ASD Pugilistica Salernitana
Ren Shu Kan
Aikido Club Salerno
AS Amatoriale “Gabriele Tramontano”
ACF Salernitana
ASD Salerno Rugby
ASD Salerno running Club
Tennis Club Arbostella
ACD Santa Margherita
Asso Calcio Salerno
SC Maria Rosa
ASD Gallozzi
Gruppo Tortorella
ASD S.C. New Mary Rosy
ASD Real Calenda
ACS Millenium Calcio
ASD S. Giovanni Bosco
Polisportiva La Mennola
Nuova Salerno
F.C. Via Mercanti
ASD Q4 Salernum
ASD Atletico Torrione
FC Isidoriana
SC Audax Salerno
ASD Football Club
Campolongo Hospital Roller Salerno 1984
ASD Tirrena Basket
ASD Braccobaldo Hochey Napoli
ASD Indomita Salerno
ASD Basket Ruggi
ASD Delta Basket Salerno
ASD Pallanuoto Salerno
ASD Sporting Club Salerno
ASD Polisportiva oasi
ASD Amici dell’acqua
ASD Delfino Club Salerno
Mariendas
ASD Taljiquan Salerno
Polisportiva Taekwondo Salerno
ASD Jing Shi Wu Salerno
ASD il Giglio
ADS Thunders Baseball Salerno
Club Scherma Salerno
Delta Basket Salerno
Gierre Team Salerno
Nuova Pallacanestro Battipaglia
Rari Nantes Nuoto Salerno
Salerno Rugby
Scuola Volley Salerno
Pugilistica Salerno
Blue System Campagna
Centro ippico campano di San Ciprian Picentino
Basket Ruggy
Ginnastica Olimpica Salerno
Olimpica Judo Bellizzi
San Giovanni Bosco Salerno
Thunders Baseball Salerno
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"Se Caldoro è davvero intenzionato ad un confronto a due con De Luca lo dicesse pubblicamente."
Se, invece, continua a scappare si comporta da coniglio.
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Gentile Luigi, grazie per il sostegno.
Il 15 marzo 2010, prendendo atto dell'indisponibilità del presidente dell'Ordine Regionale della Campania dei Giornalisti a moderare il previsto confronto a due tra i candidati alla presidenza della Regione Campania Vincenzo De Luca e Stefano Caldoro, abbiamo pubblicamente invitato il candidato del Pdl a confermare interesse e volontà di tenere ugualmente il confronto nelle modalità previste.
Dopo tre giorni non vi è stata alcuna risposta se non dichiarazioni fumogene che attribuiscono falsamente a De Luca l'intento di sottrarsi al dibattito.
Se Caldoro è davvero intenzionato ad un confronto a due con De Luca lo dicesse pubblicamente.
Se, viceversa, intende continuare a nascondersi dietro il pretesto della necessaria partecipazione di altri candidati è padrone di farlo. Ciò che non può fare, è attribuire ad altri paure che sono esclusivamente sue.
Insistiamo per il confronto a due ed aspettiamo ancora una risposta chiara.
Cordiali saluti.
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Di
coerenza si vive e si può anche morire.
Di ipocrisia e servaggio si può solo campare.
Gianfranco Fini già segretario nazionale M.S.I.
Massimo Abbatangelo già deputato M.S.I.
Michele Florino già senatore M.S.I.
Luigi Giuliano già “bos” di Forcella grande-elettore
M.S.I. Giuseppe Misso già “bos” grande-elettore
M.S.I. Mario Scaramella già ciarlatano al soldo …….
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“Eccellenza”,
mi scusi se uso un titolo a lei molto familiare ma fin troppo abusato nel ventennio a cui si ispira, altrettanto per il francesismo sempre allora bandito da una insulsa rozzezza ideologica, ma è una strategia per tenermi alla dovuta distanza dal lei, sa non vorrei proprio essere contagiato dalle sue “patologie ideologiche” o dai suoi poco dignitosi funambolismi politici.
Nei giorni scorsi, a margine del suo irrequieto peregrinare per proporre al mondo una poco credibile immagine di dinamico e democraticissimo statista moderno, ha trovato il tempo di venire anche nel quartiere napoletano di Scampia.
“Eccellenza”, non so proprio se “lei lo è o lo fa” ma comunque sia deve sapere che la stragrande maggioranza degli italiani, non è disposta a portare all’ammasso l’ultimo bene che gli resta: il cervello. Non tutti “Eccellenza” sono dell’avviso di dare per buone le sue mistificazioni di democratico convinto, di ultimo apostolo convertito sulla via per Damasco; non tutti gli italiani si sono fatti incantare da Vanna Marchi o da ciarlatani della stessa pasta, ma che trattavano articoli diversi. Con questo non voglio dire che non si siano fatti “incantare” da cialtroni politici di ogni risma, ne è testimonianza il suo arringatore macchiettista di piazza Venezia di qualche decennio fa o venendo ai giorni nostri il capocomico da cui lei dipende e dei cui avanzi ella si nutre; si nasce con la vocazione dei bocconi di seconda mano.
E’ proprio convinto, “Eccellenza”, che basta sostituire al suo sdrucito fez nero altro copricapo di circostanza per far dimenticare il suo non lusinghiero retaggio?, è certo che i suoi trasformismi all’estero siano poi tanto considerati o presi sul serio?, non le è mai sorto il dubbio che, alle sue performance, si scompisciano dalle risate? Se non è consapevole di tanto allora lei “lo è” proprio ”Eccellenza”.
Mi scusi da digressione e veniamo a noi: a Scampia, alla Camorra, alla “verginità” della sua formazione politica, alla sua “ignoranza” circa le frequentazioni dei suoi strettissimi collaboratori di ieri e di oggi.
Partiamo allora da Scampia, un quartiere come tutti gli altri di questa nostra Napoli, ove il bene ed il male convivono da sempre senza per questo mai toccarsi; è inutile rincorrere fattori ambientali per assolvere chi è nato per delinquere e negare, o quantomeno ovattare, una responsabilità dei fattori genetici. Scampia è un quartiere non molto dissimile dagli altri, è uguale a Forcella, alla Sanità ove personaggi noti e a lei molto vicini (Abbatangelo, Florino ecc.) tenevano e tengono contatti con i capo clan che non hanno mai nascosto simpatie per la sua parte politica; forse non gli hanno detto i suoi “plenipotenziari locali” che nello spazio di poche centinaia di metri si è sempre consumata una stretta collusione tra uomini della sua parte e capi clan della camorra?
Per quanto riguarda la Camorra, indiscusso cancro della società campana, una riflessione va fatta sulle cause e le circostanze che l’hanno voluta, come anch’ella dice, essere il peggior dei mali del nostro Paese.
Di fronte alla Camorra, secondo gli ultimi deliri della propaganda fascisto-massonica, la Ndragheda, la Mafia e la Sacra Corona unita sono assurte a Confraternite di onesti cittadini dediti alla filantropia ed alla realizzazione del bene comune; delle vere onlus che nonostante non fruiscano del 5%oo si dedicano all’assistenza ed alla previdenza dei loro associati.
Tutto questo a chi giova “Eccellenza”? Non essendo noi dei mercenari della dietrologia, come siete adusi appellare i vostri avversari, non ci facciamo sfiorare neppure lontanamente dal dubbio che tanto possa essere un “obolo dovuto” una sorta di indennizzo o pagamento che qualche partito sente il “dovere” di elargire ai loro “clienti”.
Tornando poi a noi “Eccellenza” chi veramente si pente dei propri trascorsi o va, se ha il bene della fede, a chiudersi in un eremo per scontare nella preghiera le proprie colpe oppure se ne ritorna a casa a crescersi i figli. Insomma “Eccellenza” si tolga per sempre dai piedi degli italiani che di cattivi maestri ne hanno abbastanza.
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Una Rosa di valori che non può e non deve essere sacrificata sull’altare delle opportunità.
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Carissimi amici, molti di noi hanno ricevuto, nelle scorse settimane, l’invito a realizzare le assemblee provinciali e regionali del movimento in vista di un’assise nazionale da tenersi dopo la parentesi estiva. Tanto per definire un assetto organizzativo più consone alle esigenze di movimento che si prefigge di coprire, a pieno titolo, un vuoto che da anni si è venuto a creare nello scenario politico nazionale. E’ trascorso un anno da quando il primo “grido” serio di dissenso verso la “Casta” si levò dal Blog di Tabacci e per tanti di noi, che da tempo si erano disimpegnati dalla politica (non ritrovandosi con quella praticata da entrambi gli schieramenti) suonò come l’occasione per apportare il proprio contributo e ridare al nostro Paese un concetto diverso dalla politica ciarliera, arruffona ed affaristica che ha prevalso negli ultimi due decenni. Tutto questo coagulò intorno all’iniziativa di Tabacci il contributo e le aspettative di migliaia di cittadini pronti ad offrire ed offrirsi ad una giusta ed attesa causa. Per i più l’entusiasmo durò fino all’incontro di Montecatini ma poi scelte forse anche opportune ma ostiche per i più, portarono all’allontanamento di molti. Fin qui la “storia”, che non vuole essere né celebrativa né raccontata per suffragare il “c’ero anch’io”.
Ora veniamo all’invito da cui siamo partiti: consapevoli che è ormai il tempo delle risposte, quelle chiare ed inequivocabili. E’ il momento di dirci con chiarezza quale sarà il nostro percorso e dove intendiamo arrivare. Si impongono da parte degli amici Pezzotta e Tabacci, ai quali va il merito di aver dato vita a questo nuovo soggetto politico, due ordini di risposte: una di natura ideologica ed una pragmatica. Tutti noi, infatti, anche se il quesito può sembrare dettato da ingenuità politica, vogliamo conoscere dove si intende portare il movimento, a quali riferimenti ideologico-culturali si ispirerà e quale sarà la collocazione “fisica” nell’ambito dello scenario politico-parlamentare. Potenzialmente, inoltre, quali saranno, fatta salva una scontata adesione ad un’aggregazione centrista, gli eventuali altri soggetti politici con cui ci si intende alleare.
L’altro aspetto, per niente secondario, su cui si aspetta egualmente risposta, è la natura tecnico-organizzativa che il movimento dovrà avere. Se di Movimento, infatti, e non di partito si tratterà, esso dovrà assumere, sulla falsa riga di quelli che per decenni hanno operato nel collateralismo cattolico, connotati già ampiamente collaudati: dovrà offrire informazione e formazione, assistenza e servizi. Dovrà essere non già il solo luogo deputato al confronto democratico ma il luogo ove ci si ritrova per vedere soddisfatte e soddisfare, in un’area di “mutuo soccorso”, le piccole e grandi aspettative quotidiane, dove si cerca di dare risposte adeguate ai bisogni dei più deboli (bambini, giovani, anziani e bisognosi d’assistenza).
Può sembrare un sogno folle, ma per tanti di noi che hanno avuto la fortuna di militare nel collateralismo di un tempo è solo una riproposizione di un passato vissuto.
Cari amici se la direzione è questa allora sì che lungo il nostro cammino incontreremo tanti altri amici.
Luigi Malfi
COMITATO PROMOTORE della
“ROSA BIANCA di Napoli”
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Dai Centristi Cattolici ai “compagni” del P.D.
Questi li potete pure tenere, noi il 35% dei praticanti
andiamo via: non ci ha mai uniti un patto d’amore.
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Secondo Veltroni il 35% dei praticanti cattolici, quelli che vanno a messa, ha votato nell’ultima tornata elettorale per il P.D., su questo non abbiamo dubbi. I dubbi ci nascono quando si vuole attribuire a questi elettori una casacca che non hanno o non sanno di avere.
Si deve partire da un dato di fatto non sottovalutabile per entrambi gli schieramenti e che, alla luce di tanto dissesto politico, la dice lunga su quello che potrebbe essere in futuro l’investimento elettorale dei cattolici.
Da una diretta esperienza sappiamo che i praticanti si dividono in due grossi filoni che si equivalgono: quelli della domenica che sono evangelicamente conosciuti come “sepolcri imbiancati” e quelli che vivono attivamente e quotidianamente il loro impegno andando oltre la “parata farisaica” del precetto domenicale.
I primi anche in campo politico si muovono senza rispondere ad alcuna coerenza dottrinale e si possono trovare indifferentemente sia tra i post-comunisti che tra i post-fascisti e massoni.
Questa volta hanno scelto prevalentemente il centro destra nella speranza di conservarsi egoisticamente i frutti del loro orticello che non hanno mai condiviso con nessuno, soprattutto con i più deboli e bisognosi; per loro la carità è limitata alla monetina che elargiscono settimanalmente durante la Messa.
Al centro sinistra, fatta salva la storica presenza, più che sparuta, della pattuglia catto-comunista, sono andati la stragrande maggioranza dei favori dei professanti cristiani; questa scelta però non è stata dettata da una condivisione amorosa ma dall’opportunità. La scelta è stata fatta tutta in chiave antiberlusconiana e antifascista, essi sanno, infatti, che il vero pericolo sta nella logica berlusconiana, poiché Berlusconi è un manipolatore di coscienze che si muove unicamente in ragione di una prassi priva di “ideologia”. La vera fonte di tutti i disvalori imperanti trae origine e nutre la macchina della scristianizzazione berlusconiana: dai messaggi fuorvianti per i giovani, alla gratificazione di scollacciate signore e signorine (più corpo che cervello) che ostenta addirittura tra le fila del governo, tutto ciò in spregio ai valori che lui sa di combattere.
Per questo è necessario che quanti credono di poter contribuire all’edificazione di una nuova casa politica dei cattolici si facciano avanti ed offrano il loro contributo a che, questo nostro Paese, sia affrancato dalla melma che l’avvinghia.
In particolare ci rivolgiamo agli amici della Rosa Bianca che ebbero il coraggio, in un momento non favorevole, di lanciare un primo messaggio. Vi preghiamo di non aspettare l’altro domani per ricominciare il discorso interrotto, non abortito, dalla tornata elettore.
Mentre ai “compagni” veltroniani diciamo che si possono pure tenere quei signori già impegnati nella Margherita che solo per interesse personale hanno fatto la scelta PD. I cattolici, quelli veri, già sanno dove andare.
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Il Centro che agita i sonni dei “camerati-compagni”.
Meglio un patto
di coesistenza che ritornare nell’inferno
dei con-dannati dalla Storia.
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C’è voluto un articolo o meglio una quasi presa di posizione di Famiglia Cristiana per far innalzare il termometro della politica italiana da troppo tempo stazionata intorno allo zero assoluto. E’ bastata una mezza verità per far ribollire il “sangue” degli zombi della politichetta nostrana da tempo presi ad autocelebrarsi sulle note di un lugubre minuetto che vede avvinghiati il governo Berlusconi e la sua ombra il “governicchio rosa” confezionato dall’uomo di Arcore per garantire al socio “nemico” l’illusione di sentirsi caporale di qualcosa.
Tali considerazioni, nate dall’osservazione di un realtà più che palese, hanno fatto scandalo tra gli scranni sia della maggioranza che della sola opposizione legittimata dal “padroncino” d’Italia.
Più che aggiungerci al nutritissimo coro di interessati manutengoli del potere berlusconiano (che con tempestivo zelo, sia da sinistra che da destra si sono scagliati contro lo scritto “blasfemo” dei tipi Paolini) o sommarci ai meno che sparuti difensori dello stesso, vogliamo provare, a modo nostro, a fare un’analisi non tanto dell’accaduto quanto degli scenari che si possono leggere in questa sceneggiata italiana.
Da quando i cattolici hanno perso il loro riferimento in politica, tutti i veri o presunti eredi di quella che fu la DC (fatta eccezione per quanti con maggior dignità hanno preferito l’Aventino o le “pantofole”) si sono collocati negli “opposti” schieramenti scegliendo la propria novella collocazione o per affinità elettiva o per mero calcolo. Agli elettori italiani si è dato così uno scenario confuso della situazione dei cattolici o, millantati tali, impegnati in politica.
Responsabile principale di questa situazione fu quel Rocco Buttiglione prestato alla politica non si sa bene da dove che, nella sua utilitaristica azione di trasformismo, determinò l’azzeramento del Partito Popolare. Il soggetto, che non aveva mai avuto un vissuto sia nella politica che nel collateralismo cattolico offrì, nella maniera più tragicomica possibile, se stesso e quanti avevano creduto nell’esperienza politica da lui rappresentata, al nuovo padrone. Esaurito il cenno “storico” dovuto, per dovere di cronaca e per portare il conto dei trenta denari spartiti a vario titolo dai tanti Giuda, passiamo alla situazione attuale: quale futuro è riservato ai centristi cattolici, quelli veri per intenderci? A nostro avviso tale esperienza non si è esaurita ed è difficile a morire in un paese la cui storia è intrisa di un guelfo-ghibellinismo genetico. Per questo e per tant’altro ancora è innaturale la coesistenza dei centristi in gruppi parlamentari e in partiti concepiti e messi su solo per esigenze dettate dall’aritmetica.
Si vuole, come valore di un’autentica democrazia, l’uomo al centro della politica. I cattolici quelli militanti, non certo i sepolcri imbiancati, hanno un concetto assoluto della persona umana mentre “gli altri”, quelli che hanno sempre risposto a “dottrine” materialistiche, gli conferiscono al più un valore strumentale. Come possono stare insieme queste due anime? Solo per interessi di bottega? Come possono stare assieme gli eredi del comunismo o del fascismo con i cattolici che scelgono il carisma dell’impegno politico-sociale? Questo è possibile solo ad opera di spezzoni impazziti o mestieranti che millantano un’appartenenza al mondo cattolico.
La riproposizione, sullo scenario politico di un’aggregazione partitica, non già confessionale, ma chiaramente ispirata ai valori cristiani, non solo è auspicabile ma necessaria.
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Oboli
e prebende
il
“Faraone della
munnezza”
pensa
sempre ai suoi
famigli.
Quanto
costa al
contribuente campano la corte di questo ……
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Sulla
casella postale del Blog è stata spedita la sottoriportata e-mail
inviataci da un amico che forse vuole conservare l’anonimato per
oggettivi motivi di lavoro o frequentazioni. La notizia di per sè
sembra, dato il personaggio che coinvolge, d’ordinario sperpero delle
pubbliche risorse. La cosa invece non sta proprio così o meglio ci
introduce ad un discorso più articolato sul “rustico” in questione,
sulla sua tracotanza e la sua supponenza.
Quando si tratta di sentirsi ”importante”, anzi onnipotente,
utilizzando la tasca del contribuente, il nostro “pressoché analfabeta”
……, rende palesi tutte le ancestrali frustrazioni del “sagliuto”
(salito, arrivato) quale è, producendosi in ostentazioni di potere, in
assenza della capacità di “essere” che gli è stata negata da madre
natura.
E’ vero che la quasi totalità dei politici o presunti tali si sentono
dei mecenati quando si accostano all’arte indipendentemente
dalla statura, ma il nostro villico è attratto dalle correnti
artistiche cosiddette d’avanguardia il cui contenuto gli risulta
ignoto, la qual cosa riesce ad associarlo al grosso pubblico. Da qui il
cimentarsi in un faraonica impresa di museo d’arte moderna per cui ha
dilapidato centinaia di milioni d’euro del contribuente campano; questo
solo per il piacere molto provinciale di sentirsi il mecenate che, vuoi
per cultura, vuoi per sensibilità non sarebbe potuto mai
essere.
Visto poi che un contributo con la “sacca” (tasca) di Pantalone non si
nega a nessuno ne possono trovare beneficio artisti e saltimbanchi di
ogni risma purché disposti ad incensarlo.
bhe...sono
lieto di informarLa che il Teatro Trianon ( diretto da "Nino D'Angelo"
pupillo di Bassolino)ha ottenuto dalla regione nel 2007 un "
contributo" ( era SOLO un contributo...mica un finanziamento) di
500.000 Euro ( cinquecentomila euro) perorati da BASSOLINO. Al Trianon
si sono svolti poi 9 spettacoli in cartellone. di cui 2 ( ho detto 2...
si...uno sarebbe sminuente...) interpretati scritti e diretti da Nino
D'Angelo... Ospite d'onore in sala , prima fila...: Bassolino. il costo
totale degli altri 7 spettacoli NON SUPERAVA REALMENTE i 70.000 Euro.
Si deduce che 2 spettacoli di Nino D'Angelo scritti diretti e da lui
interpretati valgano o costino circa...430.000 Euro ! Si sa , l'arte è
arte...e a Napoli viene tenuta in debito conto. ( a Napoli...causa
vento o forse nebbia...4 scuole serie di teatro hanno chiuso...e attori
come CASAGRANDE , DE LUCA , CROCCOLO vengono mandati via dalla regione
a cercare lavoro al nord. Buona serata... e dorma tranquillo. L'Arte
trionfa e ci consola. Grazie Altro che corsini.
Dario
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Per salvare l’Italia dalla CASTA. (vera dittatura strisciante)
Ricominciamo da Loro.
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L'APPELLO AI "LIBERI E FORTI"
DI DON LUIGI STURZO
Pubblichiamo integralmente l'appello ai "liberi e forti" del gennaio 1919, fatto dalla Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da
Don
Luigi Sturzo.
* * *
Partito Popolare Italiano
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A tutti gli uomini liberi e forti,
che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare
ai fini superiori della
Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano
nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti
delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta
e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle
tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre,
a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale
e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le enrgie spirituali
e materiali di tutti i paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".
E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi
sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità
civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare
il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali
e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
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Perciò sosteniamo il programma politico-morale
patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola angusta e oggi propugnato
da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli
imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse: perciò
domandiamo che la Società delle Nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali,
affretti l'avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui
la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale,
la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta,
abbia la forza della sanzione e i mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli
contro le tendenze sopraffatrici dei forti.
Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che
la circondano - che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con
la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldta la coscienza nazionale, dedichiamo
ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e
ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire
uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti
i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti
la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato
sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'Istituto
Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto
delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi
nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia
e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo
il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli
Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima
della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile
del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non
solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione
spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle
organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale
e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente
organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al
centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo.
Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare
le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta
di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi
di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente
insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.
Le necessarie e urgenti rifrome nel campo della previdenza e della assistenza sociale,
nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà
devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l'incremento delle
forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione
dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile,
la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo,
la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far
superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati
della vittoria.
Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci
ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice
dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere
di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici
di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione
di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell'organismo
statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.
A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore
alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali
con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali
del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo
l'adesione al nostro Programma.
Roma, lì 18 gennaio 1919
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La Repubblica Italiana una
ed indivisibile.
Quante repubbliche per giustificare una classe politica inadeguata.
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La tempesta elettorale è passata lasciando dietro di se tutto il bene e il male
che un tal evento poteva lasciare. Una cosa purtroppo non si è portata via: una
casta di prezzolati analisti politici.
Gente che, solo grazie al loro credo o al tornaconto, cercano di mistificare una
realtà che è più che evidente. L’indomani dalle elezioni bastava andare in un qualsiasi
luogo di lavoro o barberia della penisola per sentire gratuitamente dalla gente
la loro analisi del risultato elettorale molto più prossimo alla realtà che le elucubrazioni
e i contorsionismi pagati a peso d’oro dagli organi d’informazione italiani.
Le vere cause di questo risultato sono poche e più che visibili: prime tra queste
la legalità e la sicurezza. La voglia della gente di poter essere sicuri in casa
propria, la voglia di poter camminare per la
strada e nei nostri parchi senza guardarsi
alle spalle come se si stesse attraversando una foresta infestata di pericoli, il
desiderio, ormai represso, di poter uscire a una qualsiasi ora del giorno e della
notte senza rischiare di essere derubato, stuprato o ammazzato da un delinquente
il più delle volte immigrato. Voglia di vivere in città pulite e ordinate ove spacciatori
nostrani e non vendono la loro merce alla luce del sole, ove il decoro delle nostre
strade è ormai compromesso dall’occupazione di bancarellari fuorilegge, ove i semafori
delle vie urbane sono diventati veri e propri posti di blocco gestiti da bande di
zingari, veri e propri passatori moderni, che di cortese non hanno proprio niente.
E si potrebbe andare avanti per molto ancora.
Poi ci s’interroga sul “fenomeno” elettorale della Lega Nord e sull’azzeramento
dei partiti di sinistra che, nel programma elettorale, avrebbero previsto il voto
agli immigrati cosiddetti regolari a partire da quello amministrativo. Smettiamola
per sempre di contrabbandare agli italiani la Lega come un partito di estrema destra.
La Lega non lo è sia per storia personale del suo fondatore che per aspirazione
“dottrinale”. La lega è semplicemente la formazione politica che oggi più che mai interpreta il modo di pensare e le esigenze di milioni di connazionali e, a differenze
degli altri, ha il coraggio di farle proprie, gridarle e rivendicarle pubblicamente,
cosa che anche ai fascistelli nostrani, ormai venduti per un piatto di lenticchie
e camuffati nelle file del centrodestra, è imbarazzante rivendicare.
A quanti per
ipocrisia o calcolo credono che mettere fuori gli immigrati sia un peccato mortale,
sentiamo di dover ricordare che il vero unico peccato è quello di omissione: solidarietà
non significa sacrificare la propria libertà; solidarietà non significa gettare i frutti del proprio lavoro per mantenere, nelle nostre galere, decine di migliaia
di delinquenti immigrati che ci costano centinaia di milioni e che torneranno a
delinquere non appena messi in libertà; solidarietà non significa
provvedere alle
spese sanitarie per curare milioni di immigrati presenti sul nostro territorio o
turisti sanitari che ci costano migliaia di milioni di euro, quando poi nei paesi
più “civili” ed economicamente avanzati tale prestazione non è garantita se non
ai propri cittadini. Di questo passo, da sperpero a sperpero, da dissipamento a
dissipamento, si potrebbe passare ad analizzare tante altre cose come i costi derivanti
dall’accoglienza immediata e non che vede il solo tornaconto delle tante onlus che,
sul fenomeno, ci campano e s’ingrassano. Tutto questo a svantaggio delle fasce più
deboli di nostri connazionali veri ai quali potrebbero andare queste risorse.
Per quanto attiene l’interpretazione o l’estensione del concetto di omissione o
peccato ci pare di ricordare che LUI ci ha raccomandato i più deboli, non sono forse i più deboli quei milioni di anziani che quotidianamente rischiano di essere vittime
di questo stato di cose o quelle donne o quegli handicappati che hanno subito e
subiranno violenza da parte di stranieri da sempre abbrutiti dal comunismo o dagli
insegnamenti violenti dell’islam?
Dicono che sia nata, con questa tornata elettorale, una terza Repubblica; a parte
che noi di Repubblica Italiana ne conosciamo una e una sola, quindi, se vogliamo
inoltrarci in questo modo ciarliero di disquisire sulle cose della politica, allora
c’è doveroso ricordare che ci serve ancora una quarta Repubblica per stabilizzare
la situazione del nostro paese in ragione degli standard europei, poiché è nata
sì una nuova situazione parlamentare, ma ci troviamo ancora di fronte ad una situazione
parlamentare che non rispecchia la realtà del paese: una situazione ancora generata
dai preconcetti e dai ricatti. E’ vero che è nata un’aggregazione di sinistra moderata
di modello europeo (anche se non ancora ben definita, visto che in essa convivono
due anime o quantomeno quelli che hanno la velleità d’interpretare le due anime
inconciliabili
dello schieramento, non già di un partito) ma è pur vero che l’alternativa
europeistica centrista non ha avuto modo ancora di venire alla luce. Non si può,
infatti, contrabbandare un partito feudalistico, con chiari inquinamenti fascisti,
come il partito dei moderati che guarda alla tradizione popolare europea: si continuerebbero
a pigliare sputi e lezzi dai veri partiti popolari europei.
Nessuno si è accorto, o ha evidenziato, che lo slittamento dell’elettorato è stato
dettato dall’ostracismo e dalle scelte massimaliste dell’estrema sinistra; inoltre,
da quanti, vedendo gli
ex comunisti in qualsiasi salsa come il fumo negli occhi,
hanno preferito,
anziché disperdere il loro voto in formazioni minori che non avrebbero
garantito l’insuccesso della sinistra, affidare la titolarità della loro rappresentanza
al partito di Berlusconi. Di questo ne ha fatto le spese soprattutto l’Unione di
Centro che, con una formula elettorale diversa, poteva essere accreditato su un
10%, che nonostante abbia eroso voti potenziali del PD si è visto svuotato del suo
storico elettorato a vantaggio del PDL.
I primi chiari sintomi di quanto detto potrebbero confermarsi alle prossime amministrative
e vedere, al sud d’Italia, una flessione del partito di Berlusconi che, non potendo
mantenere fede a quanto promesso, apparirebbe agli occhi dei più come un politicante
quaquaraqquà, un debitore insolvente, anzi un pataccaro da televendite. Per questo
è necessario tener viva l’Unione di Centro su cui potrebbero confluire i voti dei
moderati italiani.
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Luigi Malfi |
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Ed ora:Go Home
Se vi resta un pizzico di dignità
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Alla luce dei risultati elettorali in Campania, i “tenutari” dei tre maggiori
enti locali Regione – Provincia e Comune dovrebbero avere non il buon gusto ma il
pudore di rimettere i loro mandati ed andarsene senza arrecare ulteriore fastidio
alla collettività.
Per fare ciò non ci vuole molto, solo un pizzico non d’amor proprio
ma un brandello di dignità che, a tutt’oggi, hanno dimostrato di non avere.
Dovrebbero,
questi signori, trovare il “coraggio civico” di raccattare le loro cose e, da insalutati
e non graditi ospiti, andare a gettare i loro miserabili resti in una delle tante
discariche che hanno disseminato sul territorio campano. Questi moschettieri della
munnezza, queste perversioni viventi della politica, queste indecenze umane che
tanto male hanno prodotto alla città di Napoli e alla regione Campania non hanno
nel loro DNA il gene della vergogna; quindi, se tra i consiglieri che sostengono
le loro maggioranze, ormai giunte allo stato di decomposizione, vi sono ancora soggetti
che ambiscono ad essere trattati da persone umane e che nutrono ancora il senso della decenza, si rendano finalmente utili alla “cosa comune” e abbiano la determinazione
per gettare questi “ signori” giù dai loro scranni, poiché questi ormai non
rappresentano più il popolo che hanno la presunzione di governare.
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LETTERA DI SAVINO PEZZOTTA
SUI "CATTOLICI COL BOLLINO"
"CI VOLEVA PIÙ CORAGGIO"
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Egregio Direttore, l’editoriale di Famiglia Cristiana "Cattolici col bollino, ma
senza coraggio" ha posto degli interrogativi. I giornali hanno ignorato il cuore
dell’articolo, che si riassume nella bella ed efficace frase: «il Centro ora c’è,
e ridefinisce le posizioni politiche». Per chi, come il sottoscritto e i suoi amici,
in questi mesi si è impegnato per contrastare lo scivolamento del bipolarismo verso
il bipartitismo e il leaderismo, una tale affermazione non può che essere accolta
con soddisfazione, soprattutto perché ha il coraggio di riconoscere che si è prodotta
una modificazione del nostro sistema politico.
Una novità è dunque in campo. Oggi gli elettori hanno una possibilità in più, anche
se si fa di tutto per occultare questa presenza e si avverte un diffuso fastidio.
Famiglia Cristiana solleva dei rilievi critici che non voglio sottovalutare e che
avverto anche come miei. È questo che mi spinge a precisare un percorso che non
è stato e che non è tuttora facile. La Rosa bianca è nata all’inizio dell’anno,
quando tutto sembrava concorrere ad alleanze bipolari e alla formazione di una sorta
di bipartitismo. Siamo stati ritenuti velleitari, anzi venivamo consigliati a entrare
in uno o nell’altro schieramento. Abbiamo voluto scegliere la strada in salita,
con meno sicurezze.
Eravamo anche consapevoli che con questa nuova presenza si riproponeva la domanda
di come stare da cattolici in politica, nel tempo del pluralismo delle opzioni politiche.
Sono convinto che il pluralismo delle scelte politiche dei cattolici sia positivo
per il nostro Paese. Fatta questa premessa abbiamo avvertito il rischio che si potesse
aprire una stagione in cui il cattolicesimo popolare e sociale, uno dei più fecondi
patrimoni costruiti dalla comunità cristiana italiana fin dall’Ottocento, rischiasse
d’indebolirsi e di rendersi insignificante. Ci rendiamo conto che una presenza organizzata
con un chiaro riferimento all’ispirazione cristiana, laica e aconfessionale, può
essere troppo scomoda per coloro che da anni perseguono l’obiettivo della semplificazione
e della schematizzazione politica: destra/sinistra, amico/nemico. Insoddisfatti
del bipolarismo, come la maggior parte degli italiani, abbiamo pensato a una forza
intermedia, di interposizione, capace di avanzare proposte chiaramente riformatrici.
Avevamo previsto tempi più lunghi di costruzione e una diversa legge elettorale.
Ci siamo trovati di fronte alle elezioni. E abbiamo deciso di correre il rischio
di presentarci da soli.
Poi lo sganciamento dal Centrodestra dell’Udc ci ha obbligati a ulteriori riflessioni.
Sul terreno che avevamo scelto di rappresentare, l’area riformatrice temperata,
ci si è trovati ad avere due soggetti che potevano competere tra loro e indebolirsi
vicendevolmente a vantaggio di quel bipartitismo leaderistico che si vorrebbe contrastare.
Abbiamo responsabilmente scelto, anche raccogliendo le spinte che venivano dal nostro
potenziale elettorato e dai mondi vicini al nostro sentire, di ricercare delle convergenze
con l’Udc; per questo si è concordato di confluire elettoralmente nell’Unione di
centro.
In questo passaggio delicato e difficile, forse, non siamo stati in grado di sciogliere
tutte le ambiguità. In quello che stiamo facendo ci sono dei rischi ed è chiaro
che in questa prima fase potremo anche trascinarci dietro vecchie e antiche incrostazioni,
problemi non risolti, che giustamente Famiglia Cristiana ci pone come limitativi
della nostra forza d’innovazione. I tempi imposti da questa legge elettorale non
ci hanno consentito di fare quel processo di assemblaggio e di selezione dei candidati
che era necessario, per cui ognuno si è limitato a candidare i suoi. Anche sulla questione Cuffaro voglio essere chiaro. Sono convinto, e non da oggi, che una persona
è da ritenere colpevole di un reato solo alla presenza di una sentenza passata in
giudicato. Cuffaro ha subìto una condanna in primo grado nei confronti della quale
è ricorso a un altro grado di giudizio. È chiaro che, se non fosse scagionato pienamente
dall’intera vicenda, non dovrà utilizzare l’immunità parlamentare, in tal caso le
mie scelte saranno conseguenti.
Una presenza politica organizzata con chiari riferimenti d’ispirazione può, se agisce
con coerenza, rappresentare, anche per i cattolici che militano in altri partiti,
un punto di confronto per realizzare quella trasversalità cui l’articolo fa riferimento.
Sicuramente si doveva avere più coraggio! Ma i tempi stringevano e ci siamo impegnati
su un patto elettorale.
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Savino Pezzotta
presidente della Rosa bianca
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«Sicuramente si doveva avere più coraggio»: il presidente Pezzotta concorda con
quanto scritto da noi sui "cattolici col bollino ma senza coraggio". Se non fosse
irriverente, sarebbe il caso di dire che «la gatta frettolosa ha fatto i gattini
ciechi» (o perlomeno qualche "gattino cieco"). L’Unione di centro, che si caratterizza
per una forte idealità e un esplicito riferimento all’identità cristiana, non ha
saputo sciogliere a tempo nodi, ambiguità e incrostazioni del passato, aggravati
dalla fusione "obbligata" con l’Udc di Casini. A nostro parere, non si può abdicare
alla volontà di fare scelte coerenti solo per la mancanza di tempo. Ma ora, un Centro
c’è comunque, con una sua identità, ed è un punto di confronto anche per i cattolici
che militano nelle altre formazioni. Verificheremo nei fatti se il coraggio verrà
fuori alla distanza. (Il Direttore)
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Non soggiacere al ricatto del
Veltro-Berlusconismo
Il loro vero interesse è il
bipolar-affarismo
Fininvest - Coop
L’unico voto utile contro “La Casta”
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Maestri dalla memoria corta. Per un tozzo di pane e un po’ di companatico si è pronti a tutto, anche all’abiura.
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Una volta, quando si parlava di cattivi maestri, riferendosi a coloro che non avevano
diritto alcuno di salire in cattedra, ci si riferiva a gente della sinistra; a personaggi
di quella sinistra non democratica per intenderci, che furono i protagonisti della
parentesi più nera della nostra storia recente. Quella parentesi, si fa per dire,
che è stata liquidata, senza alcun rispetto per le vittime, come “stagione di piombo”.
Oggi, alla luce delle vicende politiche del nostro paese, questo costume arrogante
ha fatto breccia anche nei personaggi politici di destra che, fino ad ieri, si ispiravano
all’altra nefandezza della storia italica: il fascismo e che solo grazie ad un troppo
esteso concetto di democrazia non sono stati accusati del reato di apologia. Questi
cialtroni che, per molto meno dei canonici trenta denari, si sono venduti fino all’ultimo
labaro, sono arrivati ad oltraggiare il concetto di democrazia molto più tardi delle
canaglie di prima ma, si sa, non hanno mai brillato in intelligenza ed intuito politico,
al di là degli atteggiamenti vanagloriosi del loro capetto romano.
Quel mezzo caporale che si trova a calcare il proscenio della politica senza averne
né i titoli e né le capacità; quel piccolo, ma veramente piccolo, personaggio della
nana politica italiana dell’ultimo decennio che, immemore dei suoi trascorsi e con
un’arroganza cialtronesca senza pari, osa ergersi a maestro della democrazia, senza
provare neppure a guardare, con un pizzico di obiettività, il ruolo conferitogli
dalla storia, quello di mastro di camera del padrone di Arcore.
Questo signorino della politichetta italica che ha solo nuove maniere di approcciarsi
alle masse ma nulla di diverso dal buffone che ieri si agitava sulla loggia di Palazzo
Venezia e quindi tantomeno il concetto di democrazia.
Eppure, nella frenetica ricerca di una nuova identità, il poveraccio le ha provate
tutte: si è portato in Sinagoga; davanti al Muro del pianto; ha sostituito il fez
con la kippak; si è erto, lui un tempo agnostico militante, a paladino della fede
cattolica; dell’islam; dell’antirazzismo; ha ripensato ai ”valori” del ’68, quando
sono stati da anni rinnegati o quasi da quanti l’hanno praticato e trattone vantaggio.
Cosa ne ha ricavato?, un coacervo intrigato i cui nodi, tra non molto, gli si ripresenteranno
uno dopo l’altro.
Questo piccolo politicante, con la presunzione dello statista, sta cercando di scippare
tutto quanto gli capita a portata di mano e che di fatto non gli appartiene: dal
degasperismo alla tradizione cristiano-popolare europea; dal concetto di libertà
a quello di democrazia, dimenticando che le cose, a cui fino ad ieri faceva riferimento,
sono state condannate dalla Storia, non solo italiana, ma dell’intero pianeta.
Hanno dimostrato maggiore dignità i tanti Storace, Santacchè, Bontempi e perfino
l’ex andreottiano Ciarrapico (che grazie alle “sacre” fonti, ove Fini cercò il lavacro,
ha attenuto una candidatura/seggio al senato) che lui già segretario nazionale del
MSI.
Egli e quanti gli si accompagnano non sanno che la democrazia in questo paese è
stata possibile grazie al sangue di martiri e che ogni voto nella libertà è un dono
di questi e rappresenta di fatto una goccia del loro sangue. Negare la libertà di
voto, come stanno facendo, è negare il martirio di quanti combatterono il fascismo
per conquistare il Paese alla democrazia.
Tra le tante arroganze verbali di questo valletto di camera se ne è aggiunta un’altra,
ciarliera sì, ma sintomatica della sua vera natura intellettuale; infatti, ha provveduto
a parteciparci che il 14 aprile sarà il nuovo giorno della liberazione, già, lui
non ha mai riconosciuto quello del 25 aprile di molti anni fa quando il popolo italiano
si liberò in maniera definitiva delle canaglie a cui lui, apologeta fascista, si
è sempre ispirato.
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Le parole dei politici: autoreferenzialità
di Vincenzo Cicala
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Breviter intende che il politico
pensa al proprio “particolare” e, della casa comune, non se ne cale.
La crisi di governo ne è stato un esempio ed uno “scoop” su tutta la stampa mondiale.
La ripresa mediatica del dopo voto, le scene che hanno visto Palazzo Madama ridotta
ad una bettola, hanno battuto il “record” degli indici di ascolto e di lettura.
L’obbligo costituzionale dei passaggi parlamentari è indubbio e la motivazione concreta
: fare la crisi in una situazione di sfascio nella quale la presenza di un potere
politico forte e coeso è tanto necessario che il Presidente della Repubblica, in
ogni discorso, chiede che le parti cessino dal contendere e trovino accordo su un
programma ed un’azione comune. La persona che compie il proprio dovere ha anche
diritto alla chiarezza delle responsabilità. La crisi veniva da sinistra e da destra,
ciascuna parte tesa alla difesa degli interessi della propria bottega. La rappresentazione
plastica, difficilmente ripetibile in quell’aula ed in quelle condizioni, è stata
la dichiarazione immacolata di Mastella che, in quel momento, stare accanto alla
famiglia era una priorità. Questo ha fatto scena più della difesa dei privilegi
delle operazioni finanziarie e della liceità di pescare il proprio vantaggio sostenendolo
con leggi ad hoc. Questa, in parole semplici ed accessibili all’elettore, è autoreferenza.
Essa si basa sulla erosione dei contenuti della democrazia e dei diritti degli elettori.
L’attuale legge elettorale assegna alle segreterie dei partiti la formazione di
liste bloccate. La pittoresca composizione del parlamento italiano ne è frutto,
una corte dei miracoli con gli stipendi più alti del mondo. E’ vero che la difesa
acerrima degli interessi di fazione non avrebbe mai consentito il varo di una nuova
legge elettorale. Hanno trovata la maniera di annullare la volontà popolare di referendum
elettorale. Per quanto alta potrà essere l’astensione riavranno onori e prebende
e continueranno ad enunciare pubblicamente teoremi. Questa è una vergogna, ma è
autoreferenzialità. La parola è difficile, ma è altamente lesiva dell’interesse
pubblico.
Noi meridionali e napoletani ne sentiamo il peso in maniera particolare perché da
noi l’autoreferenzialità è un privilegio esplicito della triade politica - malavita
- imprenditori.
Esempi: La sanità nel Sud è uno dei più grossi affari della malavita,vedi delitto
Fortugno in Calabria. E’ uno dei dodici punti programmatici del PD. –Mario Pirani-
La Repubblica 25 febbraio 2008 “affermare che “la politica non deve scegliere i
primari” e poi rifarsi “alle procedure di selezione e nomina del ddl Turco sul governo
sanitario” nel quale, su pressione degli assessori DS dell’Emilia e della Toscana,il
ministro ha rinunciato ad imporre rigidi concorsi pubblici con graduatorie inderogabili,
affidando la scelta a barocche formazioni di “rose” dove in ultima istanza chi decide
è il direttore generale, e cioè la politica, è pura ipocrisia.“
“La resistenza contro ogni cambiamento viene dagli interessi coalizzati ed è sostenuta
apertamente dagli assessori alla Sanità delle regioni, mandanti del potere per conto
dei partiti.”
Per evitare le organizzazioni di interesse partitiche, dall’altro canto si sostiene
la privatizzazione spinta della sanità e l’assicurazione sanitaria sul modello degli
Stati Uniti. Là, se non l’uccideranno, Obama cambierà sistema, in Italia la cristallizzazione
rocciosa di interessi pubblici e privati è inamovibile.
Per capirci, questo riportato è un altro esempio di autoreferenzialità.
Ma a noi meridionali vi sono alcuni esempi che ci riguardano in maniera particolare
:
1) Sul territorio, nei paesi come sul litorale, si continua a costruire, in maniera
irrefrenabile e con tanto di permessi, sulla legittimità dei quali, in un tempo
successivo, a cose fatte, more solito, interverrà la magistratura, con tanto rumore
per nulla, perché si innescherà la solita solfa degli insediamenti con vizio di
legittimità ma compravenduti regolarmente ed abitati. Per capirci, a livello di
copertina del New York Time, le costruzioni si fanno a fianco della monnezza ed
i pali di fondazione vengono zippati in un sottosuolo malfido ed inquinato. Chiaramente
i soggetti locali legiferanti sono soci componenti della triade politici – imprenditori
- malavita. La delega urbanistica alle regioni meridionali ci ha distrutto. Perché
non interviene la superiore autorità costituita a difendere i cittadini, anche manu
militari. Noi chi ci deve difendere? La triade?
2) Con i soldi a fine mese non ce la si fa. Si parla di cibo. I commercianti ingrassano
sempre di più. La catena di distribuzione è la cinghia di trasmissione dei soprusi
e delle angherie. Il costo di produzione di un chilo di mele è dieci centesimi,
quello di vendita in campagna è di 20 centesimi, quello di vendita al dettaglio
è di due euro. Non parliamo di bollette. Acqua, luce e gas sono privatizzati e,
come dice la cima della nazione, quelli che riuniscono i vertici nelle case private,
les affaires sont les affaires, e le tariffe crescono. O che si credono che chi
ha danaro si metta a fare la multiservizi a beneficio della società? Esiste anche
il PRESTITO. Prima di permettere ufficialmente che i cittadini alienino la propria
disponibilità anche fisica, una classe politica, appena appena decente, interverrebbe
a ristabilire una valutazione equa del cambio della lira in euro ed a farla rigidamente
rispettare. E’ stata una truffa. Il giusto cambio, ipso facto, ristabilirebbe, nella
loro dignità, lavoratori e pensionati senza bisogno di aumenti, solo con la restituzione
del maltolto. Le modalità ed i tempi di attuazione della conversione sono stati
decisi, nella loro AUTOREFERENZIALITA’ da politici, banchieri, finanzieri ecc…,
i quali, sempre nella loro autoreferenzialità, non metteranno mai mano alla tasca
per pagare, ma solo per intascare.
Enumerare altri casi di autoreferenzialità, con l’immondizia autoreferenziale fuori
l’uscio di casa, è una sofferenza. E’ sufficiente concludere che questa parola difficile
e misteriosa è veramente una mala parola.
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IL VOTO UTILE E' QUELLO PER L'ITALIA
Di Monica Macchioni
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Roma, 20 febbraio, 2008.
Segretario Baccini, la Rosa Bianca sarà a Montecatini il 23 e 24 febbraio.
Voi fate una due giorni programmatica, mentre Veltroni e Berlusconi fanno appello
al voto utile.
Che ne pensa?
Anche io faccio appello al voto utile. Un voto per la Rosa Bianca è un voto utile
per il Paese, un voto per Berlusconi e Veltroni è un voto utile alla casta. Su questo,
dopo 14 anni in cui tutti parlano di riforme e nessuno muove un dito per attuarle
concretamente, mi pare non sussistano altre letture credibili. Quanto a Montecatini,
sarà l'adunata di Mille (ma io confido in molti molti di più) Pionieri che non si
sono rassegnati alla vecchia politica ed ai suoi riti, uomini e donne che hanno
deciso di scendere in campo e di occuparsi di politica in prima persona, senza delegare
agli altri il proprio futuro.
Né con Berlusconi, né con Veltroni, La Rosa Bianca farà accordi con Casini allora?
Voglio premettere, come ho più volte sottolineato, che la Rosa Bianca non sta né
a destra, né a sinistra, né al centro. Sta in alto. In alto, dove sono idealmente
i valori. Con Casini non vi è mai stato e non vi è nulla di personale. Solo alcune
divergenze politiche, più spesso tattiche. Abbiamo sempre avuto una visione simile
dei problemi, ma un diverso modo di risolverli. Le dissonanze sono state innanzitutto
gestionali ed hanno avuto come contendere anche il modo di interpretare la via più
giusta per realizzare quel cambiamento che tutti abbiamo da sempre auspicato, come
è chiaramente emerso anche all'ultimo congresso dell'Udc, ad aprile. Se Casini ha
raggiunto la consapevolezza che non era con il ritorno ad Arcore che si sarebbe
promosso il nuovo, anche se vi è giunto con tempi diversi e magari non in modo del
tutto autonomo, non è un problema. Il punto è avere chiari gli obiettivi e i valori
di riferimento. Da adesso in poi. Noi della Rosa Bianca abbiamo già intrapreso un
pezzo della strada. Non escludo però nulla, se son rose fioriranno.
Ma Tabacci è il vostro candidato premier...
Certamente, e sta godendo di grande interesse ed attenzione dai media, dal mondo
delle associazioni, cattoliche e non, da ambienti finanziari e produttivi interessanti.
Bruno Tabacci rappresenta un modo di fare politica equilibrato, mai subalterno,
ricco di idee. Credo sia il candidato ideale per portare aventi i progetti della
Rosa Bianca che nasce sotto il segno del rinnovamento, della trasparenza e della
chiarezza.
Qual è il vostro programma?
Lo presenteremo a Montecatini, dove invito tutti i lettori interessati ad essere
presenti. Senza dubbio vogliamo essere un movimento che "fa": non solo protesta,
ma anche proposta ed attuazione. Non basta schierarsi coi proclami a favore della
famiglia per sostenerla: occorre mettere in pratica quelle politiche che la favoriscono.
Non è sufficiente dirsi contrari agli sprechi, se poi non si ha la forza di promuovere
una indagine sui costi della politica e della democrazia; è meglio non agitare il
federalismo fiscale se poi non si è in grado di riformare il titolo V della Costituzione.
Non ha senso parlare di decentramento e di lotta al centralismo e alla sclerotizzazione
burocratica, se poi non si ha il coraggio di contenere ed indirizzare le risorse
affidando le competenze agli enti locali senza duplicare costi e ruoli. La sfida
che abbiamo di fronte è immane, ma in palio c'è il futuro del Paese. Noi della Rosa
Bianca proviamo a dare il nostro contributo, siamo sicuri di essere molto più numerosi
di quanto qualcuno voglia credere. L'accordo deve essere alto perché in alto sono
gli interessi degli italiani e soprattutto di chi soffre di questo sistema che da
15 anni produce solo problemi. L'accordo si deve fare. Lo si faccia presto. E' chiaro
che ciascuno dovrà rinunciare a qualcosa per realizzare un nuovo sogno italiano.
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Mai più ci faremo “scippare” da gente come questa!
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Come per tutte le cose umane, anche le
scorrerie politiche di questi due ‘signori’ stanno volgendo alla fine; anche a questi
presunti immortali della cosa pubblica la storia sta presentando il conto.
Un conto per niente edificante, fatto dei peggiori addebiti che si possono muovere
a dei consumati politici. Tutti coloro che ieri erano pronti o adusi a compiacersi
della loro amicizia gli hanno voltato le spalle. Solo oggi ci si accorge che la
signora Lonardo in Mastella ha presieduto e presiede il Consiglio regionale della
Campania senza essere suffragata da un voto popolare e che per questo, quantomeno
dal punto di vista etico, non avrebbe dovuto averne il titolo; solo oggi ci si accorge
che il signor Mastella, professionista senza professione, giornalista Rai per benemerenze
politiche, apparteneva non già ad un gruppo politico ma aveva alle sue dipendenza
una “paranza” di manutengoli della sua stessa fatta.
Con questo non ci si vuole imbarcare in una novella crociata, visto che le crociate
sono cose ben diverse e più serie, non si vuole bandire una caccia indiscriminata
all’untore, ma si vuole quantomeno spendere un po’ di attenzione in più per la selezione
della classe
politica a cui verrà affidato il nostro Paese. Visto che, al
momento, non è possibile “contaminare” tutte le forze politiche presenti, iniziamo a farlo con la nostra, quella con la quale stiamo cercando di dar vita ad un vero schieramento
moderato affrancato dai camuffati estremismi di destra o di sinistra. |
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L’Unione ha concluso
il suo ciclo.
E il Pd ?
Sen. Egidio Banti - Gruppo
PD-Ulivo
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Il voto di giovedì sera in Senato, che ha segnato la fine
del governo Prodi e (forse) quella della XV legislatura repubblicana, era scontato.
Sapevamo da almeno tre giorni che in nessun caso, dopo le defezioni di Mastella
e di Dini, i voti dell’Unione sarebbero stati sufficienti. L’amarezza e lo sconforto
di tanti, dunque – a fronte delle becere manifestazioni di esultanza della destra
-, non erano tanto legati al risultato in sé, quanto all’essere consapevoli che
non era solo la fine di un governo che avrebbe meritato altra e più positiva sorte,
bensì la fine di un intero ciclo politico. D’un colpo, l’altra sera, sono finiti
in Senato l’Ulivo e il centrosinistra come lo abbiamo conosciuto dal 1994 ad oggi.
Se infatti i partiti di sinistra hanno ragione nel sottolineare come l’affondo finale
al governo sia venuto da un gruppetto di senatori “centristi”, oggettivamente più
disponibili al “dialogo” (si fa per dire…) con Berlusconi, è altrettanto vero che
si è trattato solo del capitolo finale di due anni di polemiche, di tensioni continue
e soprattutto di disaccordi tra le varie anime dell’Unione. Sono tredici anni che
Romano Prodi – con ammirevole testardaggine – ha voluto provare a tenere insieme
una coalizione che andava da Rifondazione comunista (senza la sua “sinistra critica”,
sfilatasi subito con i suoi Turigliatto e Cannavò) a Mastella e persino a Cossiga.
Le ha tentate tutte, con formule diverse. E tutto è fallito, l’altra sera, per la
seconda volta. E’ impossibile immaginare di riprovarci. Né crediamo sia possibile
immaginare – in un’Italia che moderata in un’Europa moderata – la vittoria elettorale
di una qualunque coalizione più a sinistra di quella attuale. Avevamo fatto persino
le primarie (quelle del 1995), dichiarando a gran voce che chi le avesse perdute
avrebbe accettato lealmente la leadership del vincitore, Romano Prodi. Tra quei
perdenti non c’era solo Bertinotti, ma anche Pecoraro Scanio, Di Pietro e persino
Mastella. I risultati di tante promesse sono sotto gli occhi di tutti.
L’Unione (e con l’Unione l’Ulivo) vanno dunque in archivio. Resta sulla scena, carico
di responsabilità terribili già al suo nascere, il Partito democratico di Veltroni.
Lo abbiamo detto e ripetuto, e nessuno se ne può scandalizzare: il Pd nasce con
“vocazione maggioritaria”. Vuol dire con l’obiettivo di poter fare da solo, grazie
a una legge elettorale che – come avviene in Francia, in Germania, nel Regno Unito
e in molti altri paesi – possa consentire a un solo partito di governare il paese
con un suo preciso programma, e con la sua classe dirigente. Solo che quella legge
elettorale (per ora) non si è fatta, e forse non si farà. Possiamo consolarci, dicendo:
noi del Pd gli abbiamo fatto paura, tanto che hanno fatto saltare il banco… E’ vero,
non c’è dubbio, ma è una magra consolazione. Veltroni aveva ragione quando ha detto,
pensando a nuove leggi elettorali, “noi vogliamo andare alle elezioni da soli, con
il nostro programma”. Ma con l’attuale legge elettorale, questo non è possibile.
Vorrebbe dire che si rinuncia persino a correre sul serio, consegnando la vittoria
in anticipo a Berlusconi. Ma, se è così, che fine farà il neonato Pd ? E come potrà,
nel giro di poche settimane, unire in un solo programma non tanto “correnti” che
sembrano tutte molto più deboli della guida affidata a Veltroni e Franceschini (per
fortuna), quanto aree e posizioni culturali e politiche molto diverse, ma tutte
necessarie almeno per provare a vincere: dai “teodem” alla sinistra ex-diessina
? Molti, poi, nelle nostre periferie, segnalano – nei mesi che abbiamo alle spalle
– deficit di dibattito partecipativo dopo le primarie di ottobre, deficit che le
nuove elezioni per i circoli riusciranno solo in parte a colmare. C’è poco da fare:
caduto Prodi com’è caduto, anche il Pd di Veltroni, in questo momento, è a rischio
per il proprio futuro. C’è poco tempo, ma è bene riflettere su questi temi.
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Sen. Egidio Banti - Gruppo
PD-Ulivo |
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Non è solo:
VOGLIA DI
CENTRO!!!!!!
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In più di un’occasione abbiamo avuto modo, più che parlare di un nuovo centro, di augurarci, per il bene del paese, la nascita
di un nuovo soggetto politico che si collochi al centro degli schieramenti attualmente
presenti. Una nuova creatura capace di calamitare i favori di tutti quegli italiani
che oggi si sentono traditi da entrambi gli schieramenti e che in ragione di piccole
valutazioni, per niente ponderate, avevano dato la loro preferenza ad uno schieramento
anziché all’altro. Parliamo di quella schiera maggioritaria di italiani che, una
volta svanita la dicci e gli altri partiti laici di centro, si sono trovati nell’impossibilità
di darsi una vera ed omogenea collocazione partitica. Non vogliamo con questo stare
a impegnare altro tempo in esami delle cose accadute, delle responsabilità vere
o presunte di persone che si sono impegolate in discutibili scelte. Vogliamo partire
da un dato oggettivo ed attuale della situazione politica italiana. E’ stato sperimentato
e provato, in tutto quest’ultimo decennio che il bipolarismo, come quello da noi
sperimentato e praticato, non è cosa adatta ad un paese
ove i retaggi della contrapposizione
dura e cruenta non sono ancora sopiti e sono lontani dall’essere accantonati. Per
questo è necessario, a meno di non rassegnarsi ad un perenne stillicidio, gettarlo
in soffitta e avere il coraggio di riconoscere che l’esperimento, così com’era,
non si può adattare ad un popolo di individualisti che nel guelfoghibellinismo affonda
le proprie radici. Bisogna avere altresì il coraggio di confessarsi che orpelli
della storia non possono garantire ad un paese, dalle salde radici democratiche,
alcunché e tampoco possano ergersi a paladini della
stessa democrazia. La prima necessaria operazione, per ricominciare a fare seriamente politica, è quella che
tutti coloro che aspirano ad avere un ruolo sulla scena pubblica comincino col farsi
un bagno alle fonti del pudore e se non riescono con questo a restare mondi, che
si facciano definitivamente da parte. Questo bagno pubblico lo si consiglia soprattutto
a coloro che millantano, senza provare vergogna alcuna, una neo verginità democratica
che proprio non hanno, a quelli, per intenderci, che dato i loro non lusinghieri
trascorsi, fascisti e comunisti, si sentono depositari di un verbo che nella loro
storia personale non ha mai avuto spazio. Una volta chiarito e risolto questo anacronistico
aspetto si potrà passare all’auspicio-risposta, all’aspetto che, oggi più che mai,
si è fatto pressante per i moderati tutti: trovare una via d’uscita per risolvere
i problemi di questo paese. Tutto, a nostro avviso, deve passare attraverso una
rivisitazione della legge elettorale, che così
com’è non dà garanzie agli italiani,
serve solo a qualcuno per continuare ad avere impunità economico-giudiziarie e ad
altri a restare sulla scena politica partecipata e non trovarsi ad essere rigettati
per un altro cinquantennio ai margini della stessa.
Questo, alla luce dell’attuale crisi, resta ancora possibile attraverso un governo a tempo, che abbia quale solo obbiettivo quello di una sana e democratica riforma.
Grazie soprattutto al pronunciamento di Casini e Montezemolo si è capito che ci
sono sia i numeri che renderebbero tutto ciò realistico, nell’ambito dei due rami
parlamentari, che un assumibile impegno d’ordine sociale e civile. Sì i numeri ci
sarebbero a meno di ripensamenti dell’ultima ora di qualche componente dell’ex centrosinistra,
DS in particolare. Quest’ultimo, pur di salvare il gioco delle alternanze e dei
“ricatti” (che hanno portato i centristi della coalizione nello stazzo ormai inutile
del PD), sarebbe pronto a rimangiarsi tutto quanto sputato sulla legge elettorale vigente.
In politica niente si deve dare per certo, neppure le millantate vocazioni pro-paese
che, come tutti gli impegni verbali, lasciano il tempo che trovano.
Se quanto innanzi, dovesse avverarsi e si dovessero prospettare elezioni, con un
sistema anche solo parzialmente proporzionale, allora sarebbe arrivato il momento
di valutare, con attenzione, l’ipotesi di dar vita ad una componente centrista:
non già per creare l’ennesimo partitino di cui non se ne sente il bisogno, ma per
mettere in cantiere quella formazione che, una volta esaurito il ruolo del Berlusconismo,
vuoi per rinsavimento di molti italiani, vuoi per età del padre-padrone, vuoi per
intervento divino, andrebbe a ricompattare l’elettorato moderato sia laico che cattolico.
Di fronte a
tanto sentiamo il dovere di allertare gli amici di Tuscania e quant’altri
che a tutt’oggi, pur avendo indiscusse qualità, si sono limitati a fare da spettatori.
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Punto e a capo!!!!!
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Il governo Prodi è caduto, finalmente ci si è liberati
di un incubo, sì ormai più che una telenovela era diventato un vero e proprio incubo.
Tra sputi, lazzi e lezzi un altro pezzo di questa vergognosa pagina politica abbandona
le tavole del baraccone di questa tragica sceneggiata. Guardando intorno non si vede niente, proprio niente, da poter salvare. Prodi paga, speriamo in via definitiva,
il conto di una presenza politica fondata sul nulla, ci siamo sempre chiesti: Prodi
chi ha mai rappresentato se non se stesso, la moglie e l’ignoto Sircana? Ha più
titoli, forse, di rappresentanza Mara Carfagna, quantomeno un manipolo di arzilli
vecchietti è sempre pronto a sostenerla. Scherzi a parte, la situazione della nostra
disastrata classe politica è ormai giunta al capolinea. Nessuno, munito di un pizzico
di buonsenso, salvo se non preso irrimediabilmente dall’arteriosclerosi o da un
senso psichiatrico di onnipotenza, può gioire, anche per finta, per quanto sta succedendo.
I nodi sono ormai tutti venuti al pettine e tra questi vi è anche quello scorsoio
che farà giustizia di questa classe politica. Illudersi di superare il guado, per
questi improvvisati faccendieri della politica, è da sciocchi, le acque sono diventate
più che turbolenti e molto profonde. Il confine tra loro ed i cittadini elettori
è diventato insuperabile, ormai sono prigionieri della realtà da loro generata.
Una realtà fatta d’arroganza, di senso di impunità, ricatti e malversazioni. Per
avere il senso della loro misura basti tornare indietro di qualche giorno e ripensare
a quanto detto da Mastella nel rabbioso discorso del “commiato”: “tra il potere
e la famiglia scelgo la famiglia”; ci si chiede se un politico d’altri tempi, non
tanto lontani, anche con un pizzico di dovuta ipocrisia, avesse usato il termine
“potere” anziché quello di “servizio” quale putiferio avrebbero generato. La gradassa
arroganza di costoro non ha limiti, l’indecenza lessicale e non solo ha raggiunto
livelli inaccettabili anche per il più distratto e demotivato dei cittadini. Gli
italiani lo sanno, sono loro che ancora non se ne sono resi conto. Gli italiani
hanno avuto modo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, di assistere al crollo di
una classe politica indecente e squalificata. Quanto è
successo nell’aula di Palazzo
Madama rappresenta a pieno il loro modo di essere, la loro levatura, la summa della
recita blasfema. Il Senato della Repubblica di un grande paese è stato ridotto ad
un lavatoio di altri tempi, forse una rissa tra lavandaie, a paragone di quanto
è successo, sarebbe passata come un alterco tra nobildonne. E’ vero quello di questi
giorni è stato l’apoteosi di un costume che si trascina da molti anni, lo sterminio
della decenza ad opera di nuovi barbari insediati, senza titolo, nella città eterna,
questo è l’effetto nauseabondo, ma la causa quale è stata?
1) La mancanza di una sana legge elettorale che pone al centro dell’agone politico,
com’è doveroso, il cittadino elettore e non già le segreterie di partito, quando
ci sono, o i ducetti di turno che scelgono, con troppa discrezionalità e disinvoltura,
i rappresentanti del popolo attingendo dalle loro alcove o tra i famigli e i loro
servi.
2) Il considerarsi non già rappresentanti di un popolo sovrano, ma sacerdoti di
una casta di eletti mai eletta, straccioni culturali che considerano la loro situazione
di privilegio alla stregua di una unzione divina, grazie alla quale gli è permesso
dimenticare il loro stato di ignoranti inveterati e confutare, violando l’essenza
stessa della Costituzione, il diritto di voto a quei cittadini che a questo Paese
non hanno dato che lustro.
3) Considerarsi, a differenza dei cittadini elettori e contribuenti, titolari di
immunità giudiziaria, privilegiati che devono beneficiare di garanzie aggiuntive,
individui non perseguibili dal potere esecutivo-giudiziario ai
quali non vanno applicate
le norme legislative come avviene per tutti gli altri cittadini.
Bisogna insomma far cessare le “riserve protette”
ove cialtroni e “bravi” di ogni
risma si sentono degli intoccabili. Bisogna tornare al “valore” della politica-servizio,
che come tutti i servizi di volontariato non prevedono corrispettivi da capogiro,
ma semplici rimborsi spese, garantendo però al cittadino eletto di conservare, anche
per il previdenziale, lo status socio-economico raggiunto prima dell’elezione. |
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Da Tuscania parte la riscossa dei moderati.
Savino Pezzotta, Leoluca Orlando, Gerardo Bianco e Bruno Tabacci i nuove “Templari” per il terzo polo.
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Come nei romanzi di cappa e spada o nei films
del vecchio West, quando tutto pare compromesso e le ultime pallottole degli strenui
difensori dei fortilizi assediati stanno per essere esplose contro donne e ragazzi
per non consegnarli vivi nelle mani degli aggressori, compaiono sulla scena del
dramma, non ancora consumato, i paladini del bene.
Questa
volta però
lo scenario è diverso: il fortilizio è l’Italia, gli assediati
sono quegli italiani onesti che si sono rifiutati di portare il cervello all’ammasso,
gli assedianti sono le orde di centrodestra e centrosinistra che cercano di spegnere
l’ultimo barlume di libertà, i liberatori (i “nostri”) sono tutti quei politici
di buona volontà che non vogliono sentirsi complici di tale efferatezza.
Ora che sta per saltare il sistema elettorale bipolare che ha prodotto solo storture
ed ingovernabilità nel nostro Paese, i tempi sono maturi per ipotizzare la nascita
di una formazione liberal-democratica di chiara marca centrista.
Di questo ne eravamo coscienti in tanti ma sapevamo, di contro, che i tempi non
erano ancora maturi e che quanto desiderato, per il bene del nostro paese, doveva
restare un’ipotesi, nel caso, da consegnare ai successori.
Ora che i tempi si sono fatti maturi nasce l’esigenza di avere un preciso disegno,
un progetto politico in grado di coinvolgere e catalizzare quella larga parte di
cittadini che, per intimo convincimento e per l’interesse comune, sono pronti ad
aderirvi.
Forse il processo è iniziato qualche giorno addietro grazie a stimabilissimi “operatori
della politica” che si sono visti in un seminario a porte chiuse tenutosi ad iniziativa
di Bruno Tabacci in quello di Tuscania.
Qualcuno ha voluto battezzare i convenuti come i “neo Templari”, gli autentici custodi
del sistema elettorale proporzionale; a noi l’espressione piace invece conferirla
per indicarli come i custodi “dell’ortodossia centrista”, i custodi di quello spazio
politico che in passato ha reso grande e democratico il nostro Paese.
A questi AMICI (non già compagni o camerati) va il nostro invito a continuare, poiché
questa è la sola via attraverso cui possono ottenere risposta le aspettative e le
speranze di tantissimi italiani. A questi amici sentiamo di rinnovare il nostro,
anche se piccolo, impegno per concorrere, ancora una volta, alla costruzione della
casa comune dei moderati.
Una
cosa ci preme però raccomandare ad essi e a tutti coloro che verranno: si lascino
fuori della porta i farisei di sempre e i convertiti dell’ultima ora. Di inquisiti
o ex, di venduti o ex questo grande disegno deve farne a meno. |
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P.D.
l’ E.T.
della politica.
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Finalmente è finita, secondo i padri dell’alieno,
il lungo travaglio si è consumato portando un nuovo soggetto a calcare le tavole
del teatrino della politica. Sapere come è nato, quanto pesa e di chi veramente
è figlio non è dovuto conoscerlo e a noi francamente saperlo non interessa neanche
più di tanto; se la sono cantata e suonata e a loro il compito di crescerlo e farlo
crescere, cosa di cui dubitiamo fortemente.
Oggi più che mai si avverte la mancanza
di un vero soggetto di centro. Un partito chiaramente orientato al moderatismo della
tradizione occidentale che sappia coniugare, senza equivoci, il liberalismo con
la dottrina sociale cristiana; una formazione politica capace di catalizzare la
stragrande maggioranza dell’elettorato italiano che, oggi più che mai, è alla ricerca
del “luogo”ove da sempre si riconosce.
In quel centro che non ha nulla da spartire
con le due attuali aggregazioni del cosiddetto bipolarismo. Entrambe le coalizioni,
è ampiamente dimostrato dalla brutta esperienza di questo ultimo decennio, soffrono
del male oscuro dell’estremismo illiberale. Non ci stancheremo mai di associare
gli eredi degli schieramenti mortificati dalla Storia (fascismo e comunismo), che
oggi cercano in tutti i modi di riciclarsi tentando perfino di occupare quegli spazi
politici di tradizione democratica che erano appannaggio del partito dei cattolici
e dei social-liberali che hanno rappresentato il solo baluardo della democrazia
occidentale. Non siamo disposti a dare patenti di democraticità né a Fini né a D’Alema
& C.
Il Valore della democrazia è un bene insito nelle memorie genetiche dell’individuo,
chi non l’ha mai avuto non è in grado né di custodirlo né di coltivarlo. Pertanto
a questi abusivi della tolleranza (ultima dimostrazione temporale ne è la reazione
stizzita del “democratico” Landolfi che indispettito dalle parole di Montezemolo
ha abbandonato la sala di un convegno degli industriali), va negata ogni forma di
credito democratico, non già perché si professa un “convertito” dell’ultima ora,
ma perché la sua millantata conversione non è servita a nulla.
I veri ostacoli, però, alla rinascita di un “blocco” moderato sono i novelli pubblicani,
già democristiani, che per pur di soddisfare, anche in subordine, le loro bramosie
di potere accettano il vassallaggio imposto dai padroni riconosciuti dei due poli,
Berlusconi da un lato e D’Alema dall’altro. Sono proprio costoro i veri nemici non
solo della tradizione a cui millantano di appartenere quanto della democrazia. E
la schiera di questi “venduti” e tanto ricca quanto povera è la loro dignità di
persone umane. Proprio verso costoro deve andare il nostro risentimento, lo sdegno
di tutti noi italiani venduti come tanti poveri cristi al prezzo del tradimento,
a trenta denari.
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NO GRAZIE!
Tanti buoni motivi per
non andare a votare
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La grande saga del Partito Democratico ormai volge al
termine, a quello che si è già detto non c’è da aggiungere quasi nient’altro. Siamo
partiti, da cattolici impegnati in politica, dall’idea che il PD era il frutto di
una manipolazione politica di laboratorio (la “lucida idea” di abili acrobati del
circo della persuasione politica), abbiamo cercato, con francescana umiltà, di trovare
nei fatti la smentita ai nostri “preconcetti” e viscerali ostracismi, ma dopo non
abbiamo trovato nulla che potesse smontare i nostri convincimenti iniziali. Dopo
un piccolo peregrinare, anche nel mondo delle ricette impossibili e delle più compromissorie
mediazioni con la nostra coscienza, siamo tornati con il fermo convincimento che
quella del PD resta una strada impossibile e che i cattolici, impegnati in questo
innaturale accoppiamento, sono destinati a fare la fine dei fuchi.
L’accoppiamento tra l’uomo e la “bestia”, si sa bene chi indossa i panni della bestia,
è destinato a produrre, sempre che l’esperimento riesca e non violenti troppo le
leggi della genetica politica, una creatura mostruosa.
Siamo partiti dalla necessità, più che legittima, visto che non ci possiamo permettere
formazioni di centrodestra senza provare un naturale “imbarazzo”, di supportare
candidature cattoliche non compromesse con quelle comuniste, tutto al fine di dar
forza e tenere “alta” la presenza e l’aggregazione dei cattolici del centrosinistra
nell’attesa di certi nuovi sviluppi.
Abbiamo aderito alla raccolta delle firme per la presentazione di quello che poteva
essere il meno ideologicamente compromesso tra i candidati fino a poi dovercene
pentire, non già per Enrico Letta, per il quale conserviamo inalterato stima per
lo spessore e l’integrità morale, merce rara per l’attuale classe politica (guardandoci
intorno si trovano solo divorziati, eccezione di scomunica per un credente cattolico,
frequentatori di prostitute e di travestiti sono all’ordine del giorno), quanto
per la piccola paranza di nullità senza passato alla ricerca di un posto al sole
che lo circondano. Siamo stati, forse, i primi a denunziare pubblicamente l’illiberalità
del sistema di voto per le assemblee costituenti regionali e nazionali che non prevedono
la scelta del candidato, per questo abbiamo invitato, chi col voto era ancora intenzionato
a testimoniare la propria appartenenza, a desistere per queste due consultazioni
tanto per non creare ulteriori alibi ai soliti carnefici della democrazia.
Ma di fronte ad un’ arroganza, non di maniera, ma verificabile nei fatti del Signor
Veltroni, abbiamo dovuto riconoscere che la battaglia, almeno per il momento, per
i cattolici impegnati nel centrosinistra è improponibile data la sproporzione delle
“possibilità-risorse” ad essi consentite. Per questo e per altro ancora invitiamo
gli elettori cattolici del centrosinistra a non lasciarsi coinvolgere da questa
consultazione dal sapore bulgaro, proprio per non reggere il gioco agli antichi
alchimisti delle botteghe oscure.
Se cercate una riaffermazione dei cattolici impegnati in politica lasciate perdere
questo Partito Democratico che ha tutto il sapore di una pietanza riscaldata ed
indigesta per chi aspira alla vera democrazia.
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Discorrendo sui candidati alla Segreteria campana del Partito Democratico.
di Luigi Malfi
Alessandro De Franciscis
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Il discorso sulla segreteria nazionale del PD, contrariamente
a quanto era negli intendimenti dei notabili nazionali dei due maggiori partiti,
più che essere chiuso sembra prendere, ogni giorno che passa, sempre più il largo.
Il “matrimonio” combinato non trova i favori di tutti i familiari, gli aventi causa
più che ad un convivio festoso pare si avviino alle nozze di Tulna. La situazione
si accentua, anzi si esaspera a livello locale, per l’elezione dei segretari regionali
del partito. La Campania è, forse, la regione simbolo di tutto ciò. Qui gli establishment,
o presunti tali, dei due maggiori partiti si frammentano per poi ricomporsi in varie
e variegate aggregazioni tenute insieme dai più antitetici dei collanti. Si parte
da quello classico De Mita-Bassolino (acerrimi nemici che da sempre si combattono,
non già, per affermare una diversità di visione politica, ma per un rancore più
che personale) che ha come obiettivo l’accaparramento e la spartizione del potere
fine a se stesso, con Iannuzzi garante-ostaggio dei due; a quello con generici retaggi
di testimonianza ideologica di Piccolo; o ancora a quello di Mazzarella che vorrebbe
essere la candidatura esterna di un galantuomo prestato dalla società civile, ma
che si trova più a far da schermo a parvenu della politica, alla ricerca di uno
strapuntino nel carrozzone della competizione, più che da vero e credibile protagonista
e per finire ad Alessandro (Sandro ci piace di meno poiché più assonante a tale
Sandra da Ceppaloni) De Franciscis che, tra tutti, risulta il più politicamente
credibile. Perché? E’ un uomo che, tutto sommato, ha fatto scelte per niente comode
che possono rassomigliare più a quelle che un tempo si chiamavano sacrifici necessari,
sacrifici per la “causa”, non scelte per garantirsi una comoda poltrona.
Avrebbe potuto, infatti, continuare nella sua tranquilla attività parlamentare senza
abbracciarsi la croce della Presidenza di una provincia per anni appartenuta al
centrodestra e che presenta, soprattutto grazie a questo, grossi problemi, non tanto
d’ordine economico e di sviluppo, quanto “ambientali”.
Poi ancora avrebbe potuto non farsi coinvolgere in questa tornata piena di trappole
ed insicuri “valli”, visto che da “dare” nella sua provincia ne ha già in abbondanza.
Dopo questa sintetica carrellata sui candidati alla segreteria regionale del PD
campano ci viene una sola considerazione: perché non dovrebbe essere proprio Alessandro
De Franciscis il candidato più accreditato alla segreteria regionale del Partito
Democratico? Sembra proprio l’uomo dai maggiori talenti: politico coerente, sufficientemente
giovane, con buona esperienza, non chiacchierato, maturato e cresciuto nella tradizione
dei cattolici democratici (con questo si è chiusa “l’inserzione” sul candidato ideale).
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Per le consultazioni elettorali del Partito Democratico - Scegli l’urna giusta.
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Per le consultazioni elettorali del Partito
Democratico - Scegli l’urna giusta.
Non dare agli altri la possibilità di rubarti la democrazia.
Non Votare per le”nomine” dei delegati alle assemblee Regionali e Nazionale.
Vota solo per i candidati alle Segreterie Regionali e Nazionali.
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Sapeva chi far votare.
Noi sappiamo per chi non votare.
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L’abbiamo già detto in precedenti post che il P.D. nasce
con un deficit di democrazia partecipativa.
A differenza del troncone già democristiano, in quello di marca diessina è prevalsa
la politica dei funzionari, gente senza professione, nella necessità continua di
mantenere ben saldo il proprio potere anche a costo di veder compromesso il ruolo,
quasi profetico, del Partito Democratico.
Questo è un vezzo antico che affonda le proprie radici nel partito comunista, allora
era dettato da impartiti provenienti d’oltre cortina e che offriva ai compagni-padroni
dell’est un saldo e rigido controllo sui partiti-fratelli del resto del mondo.
Allora chi pagava comandava.
Ora che chi paga, attraverso il finanziamento pubblico, è il popolo “sovrano”, non
si vede perché bisogna continuare a tollerare questa espropriazione del diritto
alla scelta dei propri candidati.
Mentre per i movimenti e le aggregazioni della sinistra comunista questa è stata
sempre la norma, nella storia dei movimenti cattolici si annovera un solo episodio
analogo risalente ai primi anni settanta, quando l’allora presidente nazionale delle
ACLI, Livio Labor, che già aveva teorizzato “la scelta di campo socialista”, attraverso
il commissariamento delle sedi locali, ad opera dei “permanenti” (un modo meno aziendale
per qualificare i dipendenti del movimento), se ne impossessò rendendo minoranza
la stragrande maggioranza del movimento. Da qui ebbe inizio una stagione traumatica,
fatta di politiche verticistiche ed antidemocratiche che alla fine compromisero
irrimediabilmente quello che era stata una delle più grosse realtà del collateralismo
cattolico italiano.
Tutto ciò porta ad una sola considerazione: se si vuole, per chi
ci crede, che il
tanto annunciato Partito Democratico, la novella creatura messianica del firmamento
politico italiano, nasca con i crismi della democrazia, bisogna avere il coraggio
di debellare, sul nascere, spinte antidemocratiche che in esso vivono.
Come?
Andando a votare solo per le due consultazioni che garantiscono la scelta democratica,
quelle con le quali l’elettore può scegliere il candidato gradito. Ovvero quelle
per la scelta del segretario nazionale e dei segretari regionali.
Per quanto invece
riferito alle “nomine” dei delegati alle assemblee nazionale e regionali, visto
che si tratta di un criterio bulgaro di consultazione in quanto si fa riferimento
a liste bloccate a scorrimento per le quali l’esercizio della libera scelta è una
presa per i fondelli e lo stesso concetto di democrazia ne esce mortificato, si
consiglia di non votare. Così facendo si creano i presupposti per confutare una
scelta illiberale di fare democrazia e si esercita la protesta contro tutti quelli
che, fin
dai primi vagiti, hanno fatto o stanno tentando di fare del P.D. “cosa
loro”.
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Un commiato che non
vuole essere un addio.
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Pregiatissimo Letta,
mi duole comunicarti
che da questo momento il mio impegno per la tua candidatura e per le elezioni alle
altre designazioni è venuto a cessare. Come temevo, ed era nell’aria, tanto è che
lo avevo anticipato sia sul mio Blog che con commenti regolarmente pubblicati sul
tuo, i tuoi referenti napoletani, nel tentativo di accaparrarsi tutti i posti “utili”
nelle liste, hanno dovuto rinunciare al concorso delle cinquecento firme raccolte
dai miei amici in quattro collegi della circoscrizione Campania 1. Il mio, francamente,
è stato un mero esperimento di impegno politico teso a saggiare la presenza umana
ed organizzativa del tuo gruppo, al fine di valutare, in un secondo momento, l’opportunità
di lavorare, unitamente ai miei amici, per un impegno di diversa portata. La scelta
era caduta sulla tua persona poiché eri stato il solo candidato, non ex comunista,
a non farsi fagocitare dalle tendenze egemoniche diessine. I comunisti di sempre,
restando alla realtà campana, quella che mi appartiene, con i più vari mascheramenti,
sono presenti in tutte le altre componenti non veltroniane che concorrono alle primarie
del P.D.. Fino a questo punto, pur non essendo un fervente credente del P.D.,
la strada mi era parsa praticabile, fin quando non mi sono imbattuto nei tuoi plenipotenziari
locali dei quali avevo potuto, anche a distanza, già misurarne lo spessore (mi si
da del radiologo da marciapiede: riesco a radiografare con un cerino). Per questo
e per altro ancora non me la sento di supportare e far supportare la tua candidatura.
Quando e se riuscirai a crearti qui, in Campania, un assetto organizzativo diverso,
più consono alle esigenze del momento, mi troverai già attrezzato per fare assieme
un pezzo di strada.
Un consiglio se posso:
cerca di pescare i tuoi uomini in acque pure, tra quelli
che sanno veramente nuotare, non sottocosta, ove quelli che ci sono riescono, al
più, ad annaspare in quelle putride.
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Luigi Malfi |
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Anche il PD nasce in crisi di democrazia.
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Caro Letta,
scusami se, quando mi viene
da fare una rimostranza, chiedere delle spiegazioni, sollecitare qualche “correttivo”
mi rivolgo a te, ma, al di là del fatto che ti reputo il candidato più affidabile
tra quelli che concorrono alla segreteria del PD (forse proprio grazie alla tua
presenza mi sono lasciato coinvolgere, anche se col “naso tappato” , nella “trappola”
della “costruzione” del nuovo soggetto politico), sei il candidato più affidabile
e meno omologato.
Ora che abbiamo terminata la raccolta delle firme per la presentazione delle liste,
caro onorevole, ti voglio girare un “piccolo” quesito. Non ti sembra che il sistema
adottato per eleggere i rappresentanti alle Assemblee costituenti regionali e nazionale sanno troppo di elezioni bulgare? Recriminiamo tanto sulla legge elettorale fatta
da Berlusconi che, non ha consentito al popolo sovrano di scegliersi liberamente
i propri rappresentanti alle camere, e poi adottiamo il sistema della lista bloccata
a scorrimento. Non ti pare che era necessario, anzi, indispensabile dare una vera prova di democrazia partecipativa anche e soprattutto in questa occasione? Anche
questa volta ha prevalso la politica dei “posti riservati” per “famigli” o “generali”
reduci di battaglie mai combattute com’è accaduto alle ultime politiche per il parlamento.
Questo, credimi, limiterà molto l’affluenza, che già si prevede scarsa, ai seggi
del PD ( è scontato dove manca la competizione manca la concorrenza) e poi non ti
sembra offensivo trattare i simpatizzanti/elettori come degli analfabeti che, al
più, sanno apporre una croce? Non pensi, caro Amico, con questo non ti voglio gettare
addosso la croce del peccato d’omissione, che una cosa di così vasto interesse doveva
rientrare ed avere un posto importante nel dibattito preelettorale, come hai fatto
per l’incongruenza della tassa/tessera dei 5 euri? Il “peccato” da parte tua, è
vero, è veniale, ma mortale poteva essere per qualche altro. Si sa, in politica
i peccati si pagano, quindi, una volta portata la faccenda nel dibattito poteva
diventare una colpa senza sconto per i suoi fautori e si sarebbe per questi trasformato
in un formidabile boomerang che a te avrebbe portato molte più simpatie e suffragi.
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Luigi Malfi |
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Per un’impegno
senza equivoci.
ad Enrico Letta
un “POPOLARE” del Partito che verrà.
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Per i tantissimi democristiani, non “ex”
(*), che pure nel recente passato hanno seguito, il più delle volte senza entusiasmi,
il Partito Popolare nelle tante, troppe, peregrinazioni di alleanze ed aggregazioni,
garantendo sempre e comunque il proprio suffragio, è arrivato il momento di fare
la propria scelta definitiva. Dopo i tanti asini o le “ammosciate” margherite serviteci
alla miniera del rancio-pastone, di fronte all’ennesima pietanza avvelenata “sapientemente”
confezionata dal solito D’Alema (che attraverso la zuppa rancida del P.D. cerca
di sopprimere, per
quanto gli è possibile, le legittime aspirazioni centriste di
noi cattolici impegnati in politica), è arrivato il momento di tirare le somme e
guardare, con lucida dignità, la realtà che ci viene proposta.
Non è più il tempo di porgere l’altra guancia all’avversario-nemico di sempre, solo
per garantire a buoni tecnici, ma a dilettanti della politica, come Prodi, un
posto da primo ministro benedetto dalle tante chiese bolsceviche separate.
Oggi, alla luce dell’ormai esaurito berlusconismo, è tempo di ripensare, con rinnovato
impegno, alla presenza di una formazione centrista che garantisca, alla stragrande
maggioranza degli italiani, l’agognata presenza.
Come in tutte le grandi democrazie europee, ad un partito di ispirazione socialdemocratico
va contrapposto uno moderato, il più delle volte sociale-cristiano, che non deve
essere confuso, come si cerca di fare da parte di qualche velleitario trasformista,
con i tanti populismi peronisti che hanno ben altri retaggi e collocazione.
Per i cattolici impegnati in politica, che hanno scelto giustamente, nel recente
passato, di stare nel Partito Popolare, per trovarsi dalla parte dei deboli, confluire
nel Partito Democratico è un suicidio, un atto estremo di eutanasia politica che,
alla luce della dottrina sociale cristiana, non trova giustificazione alcuna. A
parte quelli che stanno al “gioco” per mero opportunismo, c’è da chiedersi cosa
hanno da condividere i tanti intellettualmente onesti politici popolari con i comunisti
di ieri e di oggi che, nel gioco dei trasformismi, hanno già cambiato più di una
casacca? Stare assieme per combattere il nemico o l’avversario comune, come fu per
il fascismo, ha un senso, ma fondersi in una confusa ed aberrante unione è un delitto
che vede vittima il buonsenso. Per questo e per tant’altro c’è da chiedere all’amico
Enrico Letta, persona dalle indubbie qualità morali e politiche, che senso ha la
sua candidatura alle primarie del P.D.?
Primarie di cosa?
Di un soggetto politico non certamente concepito dal basso, come si imporrebbe per
i sani “concepimenti” democratici, ma manipolato in “botteghe” dalle “oscure” memorie.
Dimostrazione ne è il cosiddetto consiglio dei “saggi” che vede, tra i deputati
allo stesso “figuri” come Bassolino; chiedere di peggio sarebbe stato impossibile.
Se questa candidatura, invece, si pone come elemento catalizzatore per aggregare
tutti i democristiani che ancora si trovano nella coalizione di centro sinistra,
nell’attesa di futuri eventi forieri di un rinnovato centrismo, che ben venga.
Ma la condizione che bisogna porre a Enrico Letta è semplice ed indifferibile: quella
di rendere pubblico, prima dell’evento, non un fumoso programma da libro dei sogni,
ma un chiaro e dettagliato elenco delle cose da farsi e delle risposte che intende
dare; in ragione, però, delle aspettative del popolo dei moderati al quale si rivolge
e non inquinate dai massimalismi cari alle tante sinistre.
Ci deve dire quali sono per lui le priorità da affrontare e cosa intende proporre
per risolvere i tanti problemi che ci affliggono: dall’immigrazione all’ordine pubblico,
dalla regolamentazione del credito alla lotta all’evasione, dalla riforma della
giustizia ai localismi egoisti ed irresponsabili, dal terrorismo all’islamizzazione
incombente, ecc. ecc., tante facce di poche medaglie.
Solo in questa certezza si potrà andare ad esprimere il proprio consenso, maturando
nel contempo il convincimento di un più solido ed incisivo sostegno.
(*) gli “ex” sono solo quelli che, già condannati dalla Storia, cercano, per tatticismo
o vergogna, di nascondere il loro passato da fascista o comunista, per continuare
comunque a garantirsi quei “privilegi” offerti dal sistema democratico.
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Ed ora spetta a noi.
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Con la quasi investitura di Veltroni alla guida del nascente
Partito Democratico ai diessini è sembrato di aver finalmente quadrato il cerchio.
L’investitura ufficiale seguirà, con un rituale già collaudato, al culmine di una
sorta di “libere elezioni” presso le sezione già PCI e sedi collegate. Ideatore
e motore di questa ennesima operazione di maquillage politico resta il solito e
mai compianto, per nostra sfortuna, Massimo D’Alema, indomito Richelieu del palcoscenico
post-comunista italiano. Questo, nei loro intendimenti, è l’ultimo atto di una marcia
silenziosa che li ha visti impegnati soprattutto a contrabbandare l’attuale bipolarismo
quale unica via per raggiungere il paradiso della governabilità; negando che vi
possa essere nel nostro paese, come avviene in quasi tutte le democrazie occidentali,
la presenza di un centro moderato. Ciò nasce dall’ intimo convincimento che un centro
li spedirebbe all’opposizione per almeno altri 50 anni. Tutto ciò è passato attraverso
un avveduto processo di legittimazione della destra e la cooptazione al governo
di Romano Prodi, monsignore onorario, che, come tutti i preti senza parrocchia,
non ha il bene di comprendere le vere esigenze di una comunità. Se per i cattolici,
che giustamente hanno visto nel berlusconismo la peggiore delle iatture per il nostro
paese, è stato un percorso obbligato cercare un’alleanza elettorale con le sinistre,
non lo è altrettanto aspirare ad una fusione politica con gli eredi dei tanti padri
del comunismo internazionale.
Sappiamo tutti, senza necessariamente scomodare la saggezza antica, che il lupo
perde il pelo ma non …….; la dimostrazione sta nei comportamenti, anche se volutamente
attenti e misurati, del capo pro-tempore della Farnesina, l’anzidetto baffetto,
che non perde occasione di palesarsi per quell’antiamericano che è stato; il filo-arabo
di sempre; l’antisemita bolscevico da 24 carati. E se è rilevabile in lui, che è
l’unico “migliore” dell’attuale nomenclatura DS, figuriamoci cosa succederebbe con
gli altri. Chiaro ed inequivocabile è stato l’atteggiamento tenuto da Ciriaco De
Mita, fine e collaudato conoscitore della politica del nostro paese che, senza mezzi
termini, dall’alto della sua condizione di non dover mendicare niente, ha detto
a questi “magliari” della politica che era giunto il momento di non poter più andare
avanti insieme; infatti è tradire le proprie origini dare un colpo di spugna a tutto
il passato dei cattolici impegnati in politica. Questo non è possibile a quanti
hanno attinto la loro formazione nelle tante organizzazioni del collateralismo cattolico,
sarebbe un rincorrere scioccamente illusioni già agitate e smentite, nel non lontano
passato, da gruppi che si contrabbandavano cattolici e che usavano per distinguersi
il termine “di base”. Questo non è il momento di perdersi dietro elucubrazioni massimaliste
alla Livio Labor. Questo è un momento serio per il nostro paese e per il moderatismo
politico. Il momento più serio dal dopoguerra. Restare nella coalizione di centro
sinistra può e deve essere un aspetto indispensabile: primo per scongiurare il peggiore
dei mali, il berlusconismo per intenderci; secondo perché consideriamo quest’apparentamento
con le sinistre, non un tatticismo, ma un percorso obbligato che ci porti alla rifondazione
del partito dei moderati, unico irrinunciabile obbiettivo di chi si sente ancor’oggi
di centro. Tornando a Veltroni, non è la panacea di tutti i mali d’Italia e dei
partiti che si riconoscono nell’anti-berlusconismo militante; egli è e resta sempre
un politico di sinistra, forse con la faccia pulita, ma con impresso nel DNA tutto
il patrimonio culturale e politico che l’ha sempre caratterizzato. Un patrimonio
fatto di tutto e del contrario di tutto che, se pure trae origini dal marxismo leninismo
storico, di cui conserva la più profonda delle radici, è stato rimodellato e tatticamente
adattato agli eventi storici che si sono accavallati nell’ultimo ventennio nel mondo
e nel nostro paese. Non può essere considerato il Kennedy dei nostri giorni, il
democratico illuminato di un moderno liberismo, al più può essere un campione del
modernariato politico. Per restare sull’uomo e nell’uomo Veltroni, amministratore
della cosa pubblica e della coscienza collettiva, la dice lunga il suo modo di amministrare
Roma, ove tutti i problemi comuni alle altre città d’Italia restano irrisolti: le
periferie degradate sono là dove erano e forse in condizioni peggiori; i problemi
legati all’immigrazione clandestina: accattonaggio, borseggio, scippo, furti, stupro,
prostituzione sono lì irrisolti. A differenza delle città del nord che quantomeno
cercano di combatterli con lance spuntate, lui li tiene in vita grazie soprattutto
ad un compiacente atteggiamento di terzomondismo strumentale. Eppure amministrare
e governare una capitale, in tutti i paesi del globo resta uno degli impegni meno
onerosi rispetto alle altre città, dato le enormi risorse aggiuntive provenienti
dall’autorità centrale.
Veltroni ha solo saputo curare la propria immagine di “garbato anfitrione della
città eterna”, per questo non ha lesinato in manifestazioni di spettacolo e steso
qualche inutile e a volte sgradevole lenzuolo in più sui balconi del Campidoglio.
L’Italia, questa Italia, non ha bisogno di un post-comunista per risolvere i suoi
problemi; la faccenda è troppo seria ed è sull’orlo del fallimento per affidarla
ad un politico che già di suo ha fallito. Ha fallito nelle scelte ideologiche, quelle
che ci danno la forza di essere e ci accompagnano per tutta la vita, che quando
risultano sbagliate e bocciate dalla storia ci danno la consapevolezza del nostro
vero valore.
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Si, ma chi è?
Un Partito impossibile.
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Tutto torna utile quando si ha la necessità di mascherare
un grosso brutto affare, quando non si possono o non si vogliono dare concrete risposte
ai legittimi interessati: il Popolo degli elettori. E’ quanto sta avvenendo
tra le, non ancora nate, mura della fantomatica casa dei “democratici” ad opera di mastri
muratori che tutto hanno fuorché un comune punto di partenza, un comune intendimento,
un comune obiettivo. Ci si chiede: quale edificio sociale possono far nascere uomini
con vissuti opposti, ancora pregnati o prigionieri dei fantasmi dei loro trascorsi?
A quale “ideale politico” faranno riferimento gli elettori o, ancor più, i militanti
di questa manipolazione o meglio di questa mistificazione politica? Forse al materialismo
storico dei “ compagni” di sempre, veri zombi avvizziti dai molteplici maquillage
a cui si sono sottoposti nell’illusorio tentativo di sottrarsi al giudizio della
storia che li ha visti, unitamente ai fascisti, espulsi in via definitiva? O forse
ai dettami della dottrina sociale cristiana che ponendo al centro di tutto “la persona umana” si preoccupa di costruire per essa una società libera e democratica.
Per questo bisogna necessariamente darsi delle risposte:
a chi giova? Chi sono i padri fondatori o padri padroni dell’iniziativa? Da dove
vengono
questi signori? Chi veramente rappresentano?Quale è il mandato popolare
individuale a cui fanno riferimento? Sono stati eletti plebiscitariamente o risultano
anch’essi il risultato di manipolazioni di laboratorio?
A noi francamente, avendo radici democristiane,
dei diessini o ex comunisti interessa
poco o quasi niente, forse come alleati strumentali
ci potevano fare anche comodo fino alla messa fuori gioco, anche per dipartita,
del padrone della così detta casa delle libertà, vero ostacolo a una riproposizione
di un blocco centrista.
E’ inutile atteggiarsi a “zitelle della politica”
e recitare il copione delle false indignate per la crudezza del nostro argomentare,
facendo finta di non aver mai immaginato o saputo che, in ultima analisi, queste
sono le strategie dei fondamenti della dottrina dalemiana?
Come detto a noi interessa quello che pensano o
vogliono realizzare i centristi del centro sinistra, sia essi laici che cattolici.
Quelli che a tutt’oggi si sono lasciati tener prigionieri dal signor Prodi, secondo
vero ostacolo alla ricomposizione del centro moderato. Cosa avrebbe potuto dare,
ad una rinata formazione centrista, questo generalicchio senza esercito e politico
senza consensi personali? In ragione di cosa avrebbe potuto accampare diritto, se
non al posto di Presidente del Consiglio, quantomeno a una poltroncina da ministro?
Qualcuno, in una situazione diversa, gli avrebbe sicuramente potuto far notare che
il voto della sola consorte non giustificava affatto tale pretesa. Mentre facendo
proprie le aspettative del dalemismo, avrebbe potuto campare quantomeno fino all’età
della pensione di un immeritato titolo di viaggio.
Sempre cercando qualche risposta dagli ex democristiani
presenti nell’Ulivo e non, vorrei avere la risposta ad una domanda che mi tormenta
da anni: Signori democristiani, scusate se vi appello così, ma per me resta ancora
un grande onore, mi dovreste spiegare quel Rutelli, che a livello d’esercito si
ritrova nelle stesse condizioni di Prodi, cosa ci fa (addirittura da presidente)
in un aggregazione come la vostra? Non vi pare che anche questa è, voluta o no,
un’altra grossa mistificazione?
Se qualcuno dei vostri militanti od elettori, prendete
chi vi scrive, dalla memoria non corta, vi dovesse chiedere: “ma non è lo stesso Rutelli del partito di Pannella, quello “belloccio” che ai tempi del divorzio e
dell’aborto si accompagnava con tutti gli uteri liberi d’Italia” a dir peste e corna
della chiesa e della D.C.? Cosa rispondereste? (Vi prego non tirate in ballo “le
vie di Damasco” sono diventate troppo intasate), e se ancora vi dovesse chiedere
se è il marito di quella “compagna” Palombella che oggi fa la tuttologa sulle reti
del Berlusca?
Quindi Signori miei, se ci tenete al VOSTRO PASSATO
ed alle sorti della nostra “italietta”, lasciate perdere questa invenzione tutta
diessina e tornate alla
politica seria: quella ove i campi, i ruoli, e le parti
sono ben definite, perché là dove manca questo c’è solo manicomio.
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“Adda passà ‘a nuttata”
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Con questa espressione, un misto di fatalistica
rassegnazione e di indomita speranza, i napoletani hanno sempre esorcizzato i momenti
difficili sia individuali che collettivi. Ma la nottata della politica italiana
sembra proprio che non voglia finire mai.
Una lunghissima nottata fatta di brutti sogni e
realistici incubi, abitati da gnomi, vampiri e zombi. In questa realtà politica
difficile da definire, non solo lessicalmente, si agitano, in nome di una non ben
definita democrazia, personaggi che con quella vera non hanno avuto mai nulla da
spartire. Zombi usciti da fosse della storia, che forti delle tenebre della memoria
e grazie soprattutto alla viltà di quanti non hanno
il coraggio di denunciarli alla
pubblica opinione, hanno invaso l’ambito della politica, ormai ridotto a squallido
palcoscenico della tragicommedia, estromettendone perfino l’unico vero titolare:
il Popolo.
Individui che solo per una malcelata bramosia del
potere, grazie ad interessati espropriatori dell’informazione, hanno finto di abiurare
perfino a quanto per anni hanno professato, conservando, però, dell’ingombrante
e non edificante eredità, l’essenza negli atteggiamenti e non solo.
Personaggi ai quali il Popolo ha sempre negato l’accesso
al governo del paese, che solo grazie alla sostituzione dell’insegna di bottega,
a qualche bagno in acque oligominerali o all’abiuro di qualche gulag di troppo,
hanno
creduto di acquisire non solo l’agognata indulgenza, quanto la titolarità
ad esercitare il maldestro ruolo di “divi” della democrazia.
Un sordido tacito patto di non reale belligeranza
rende solidalmente uniti questi “signori” il cui denominatore comune è “scongiurare”
il ritorno di un rinnovato centro politico, unico e vero catalizzatore delle istanze
della stragrande maggioranza degli italiani, e che solo in assenza del quale riescono,
anche in un regime di alternanza, a detenere o partecipare alla cosa pubblica. E’
per questo, e non solo, che mantengono in piedi un sistema elettorale
tra i più
illiberali del pianeta che oltre a scongiurare il riproporsi di un blocco centrista,
vero titolare di democraticità e fautore di benessere, consente ai capibastone di
entrambi gli schieramenti di fondare e mantenere le loro fortune politiche sulle elargizioni di poltrone parlamentari e governative a ignoti che al più potrebbero
aspirare a tutt’altri gabinetti.
Per questo e per altro ancora, ma soprattutto per
consegnare ai nostri figli una vera democrazia e non un surrogato di essa, rassomigliante
sempre più ad una strisciante dittatura, si fa appello a quanti,
già impegnati in
politica e non, che furono fortificati dagli insegnamenti dei padri della democrazia
repubblicana quali De Gasperi e Fanfani, Malagodi e La Malfa, Pertini e Saragat,
affinché tornino a testimoniare con l’impegno il loro credo: la difesa di quella
democrazia che i nostri padri si guadagnarono con la lotta ed il sacrificio e che
incorrotta ci consegnarono, affinché la conservassimo per ritrasmetterla alle generazioni
che verranno.
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